Era un piccolo mondo, La Goulette. Un mondo di immigrati, speranze e mare. Case basse e modeste, la spiaggia punteggiata di barche di pescatori, una chiesa squadrata dedicata ai Ss. Agostino e Fedele, due moschee, i resti di possenti fortificazioni. Il tutto adagiato su una stretta lingua di terra che divide El Bharya, l’estesa laguna di Tunisi, e il Mediterraneo.

La spiaggia di Tunisi e la piccola Sicilia

Per decenni La Goulette è stata la spiaggia della capitale, la più in voga forse perché anche la più vicina: da un secolo e mezzo ci si arriva con un trenino stretto che sembra una metropolitana e fu la prima ferrovia del Paese. Percorre la diga costruita dai Romani per collegare Cartagine all’entroterra.

Dal 1980 in fondo al paese c’è il porto passeggeri e, accanto, l’imboccatura del canale che porta ai moli commerciali e un tempo al porto antico, davanti alla città.

Ma soprattutto, oltre alle case di villeggiatura e al casinò, c’era la Piccola Sicilia, una delle più antiche e popolose comunità di immigrati italiani in queste terre dove inizia l’Africa. Oggi quel che resta è un nome, Petite Sicilie, segno topografico di un passato di cui ci sono ancora diverse tracce, sparuti testimoni e molti ricordi.

In estate la spiaggia di La Goulette è ancora molto frequentata / foto Shutterstock

Les makarouna sono in tavola

Viaggiare ha spesso a che fare con una lezione di storia: se si vuol capire qualcosa dei luoghi si finisce sempre a raschiare nei libri e nelle memorie. Così, se uno ignorasse del tutto le dinamiche secolari delle relazioni tra Italia e Tunisia, gli basterebbe sedersi in una qualsiasi tavola calda della capitale per insospettirsi.

Accanto al cous cous sono onnipresenti i makarouna, la pasta. Quasi sempre di piccolo formato, quasi sempre rossi, quasi sempre con un retrogusto piccante, di harissa. Con 16 chili a testa, i tunisini sono i secondi consumatori mondiali di pasta, come a dire che quel mare che ci separa non è poi così tanto largo. Non lo è oggi, non lo era un tempo, non così lontano, quando a immigrare dall’altro lato del Mediterraneo eravamo noi.

Tunisi, colonia d'Italia

«I primi a stabilirsi furono gli schiavi cristiani che una volta liberati, all’inizio dell’Ottocento, decisero di rimanere nel Paese. Prima ancora a Tunisi si era stabilito un nucleo di ebrei livornesi. Più tardi, arrivarono gli esuli politici che trovarono asilo in seguito al fallimento dei moti risorgimentali. Poi fu la volta di pescatori, marinai e operai meridionali, soprattutto siciliani, e di commercianti in cerca di fortuna» racconta Silvia Finzi, direttrice del Corriere di Tunisi, il più antico giornale italiano di tutta l’Africa. Lo racconta nella redazione, ricavata nell’Istituto Dante Alighieri, dal 1893 baluardo della cultura italiana in città.

La Petit Sicilie negli anni Trenta del Novecento.

Nei primi decenni del 900 si contavano oltre centomila italiani

Le cose cambiarono con l’indipendenza, nel 1956. La fine del colonialismo venne salutata da tutti con favore, ma le condizioni mutarono progressivamente e iniziò l’esodo di gran parte degli italiani, costretti a dire addio a quello che consideravano il loro Paese. «Oggi siamo un pugno di mosche, i discendenti di quell’immigrazione siamo un migliaio al più» racconta Daniel Passalacqua, originario di Marsala, 94 anni portati con una signorilità d’altri tempi trascorsi tra Tunisi, la Francia e La Goulette.

Gli italiani non sono stati mandati via, ma hanno tolto loro le proprietà, le terre, le licenze e piano piano, a ondate, tra il 1959, il ’64 e il ‘67, sono partiti: chi in Sicilia, chi in Francia. È rimasto chi aveva qualche legame, ma tanti non ne avevano, né qui, né lì.

Chi è tornato in Italia spesso ha fatto una brutta vita: avevano reciso i legami, erano nati e cresciuti qui, e si sono trovati in un Paese la cui lingua era straniera, perché erano stati educati al francese e, al più, parlavano un siciliano arcaico» prosegue Passalacqua. C’è stata molta sofferenza in questa storia di emigrazione, di ritorni, di saluti che non erano saluti, ma addii. «Ricordo ancora il suono della sirena, la nave, lo strazio, il rimorchiatore che trascinava l’imbarcazione fuori dal porto, in mare aperto» aggiunge.

Oggi gli italiani in Tunisia sono oltre 10mila: imprenditori, pensionati che approfittano del clima e del regime di favore fiscale, e quei pochi che restano dell’antica collettività.

I monumenti di La Goulette / foto Shutterstock

Gli italiani rimasti a La Goulette

Noi italiani di Tunisia siamo tutto: siamo italiani, ma anche tunisini. Siamo doppi, forse anche tripli.

Io mi sento siciliana, e ne sono orgogliosa, perché mia madre è nata in Sicilia, ma io sono nata e cresciuta qui. Mio padre è nato davanti alla chiesa di La Goulette, in un palazzo barocco che ora non c’è più, mio nonno era arrivato nel 1870, faceva il pescatore», racconta Rita Strazzera, vice-presidente dell’Associazione culturale Piccola Sicilia di La Goulette.

La sede è un locale davanti alla chiesa tinteggiata di bianco, due vetrine a bordo strada che assomigliano più a un bouquiniste, un negozio di libri usati, che a una sede istituzionale.

Rita Strazzera, una delle ultime "siciliane" di Tunisi / foto di Marco Carlone

«Siamo nati tre anni fa, con l’idea di costruire una passerella tra le culture, le religioni e le generazioni. Non ponti, perché quelli li deve fare lo Stato, ma collegamenti: un ordito di fili pensati soprattutto per i più giovani, perché non è possibile che ignorino il contributo della cultura italiana alla Tunisia moderna» spiega il presidente, Mohamed Ben Ahmed, ex funzionario della Croce Rossa internazionale. «Anche se non sono italiano di origine, la Piccola Sicilia è la mia geografia del cuore, un posto dove si vive bene, umano, a misura, vicino al mare» prosegue Ben Ahmed.

A La Goulette oggi attraccano i traghetti in arrivo da Francia e Italia / foto Shutterstock

Italiani e tunisini, legati a doppio filo

Del resto, oramai, italiani o tunisini, poco importa. «Siamo legati indissolubilmente perché in due secoli abbiamo preso tanto, gli uni dagli altri. Nel dialetto, nella cucina, nell’architettura il contributo italiano è stato notevole, ma queste testimonianze negli anni dopo l’indipendenza stanno progressivamente scomparendo. Sta invece a noi salvarle, diffonderle, farle vivere»

Nel quartiere c’erano cinque panifici italiani. «Ma quando andavi potevi scegliere: c’era il pane libico, schiacciato, la baguette francese e il pane siciliano, di forme grosse» ricorda Daniel Passalacqua.

Un’eredità cosmopolita che si è progressivamente persa. «La statua della Madonna di Trapani, quella della chiesa qui di fronte, è sempre stata la Madonna dei pescatori. Tutti, siciliani e musulmani, le chiedevano la grazia. Ognuno la portava in processione: a Ferragosto i cattolici, il 15 settembre i musulmani. A entrambe le manifestazioni partecipava tutta la comunità, indipendentemente dalle fede di appartenenza» racconta.

La spiaggia di La Goulette / foto di Marco Carlone

La Goulette, custode della cultura tunisina e italiana

Oggi La Goulette è un paesone, 45mila abitanti che vivono a una manciata di chilometri dalla capitale. Un agglomerato di palazzine bianche senza infamia e senza lode, un insieme non particolarmente attraente se non per la sua posizione, come fosse un’isola tra il porto nuovo, la laguna, il canale di accesso e il mare. Di quel passato cosmopolita e siciliano è rimasto poco: i nomi delle vie, la chiesa rimessa a nuovo, abitazioni civili di due piani che potrebbero stare in qualsiasi cittadina siciliana. E una scultura in cui una silhouette della Sicilia si incastra in quella della Tunisia, come due pezzi dello stesso puzzle mediterraneo.

Il murale dedicato a Claudia Cardinale a La Goulette / foto di Marco Carlone

E poi c’è lei, Claudia Cardinale, il cui volto radioso illumina un murale che copre un intero palazzo nello slargo davanti alla chiesa. «La Cardinale non era del quartiere, lo era sua madre. Lei ci veniva in villeggiatura, in estate. Me la ricordo ragazzina, bellissima, l’ho anche votata, nel 1957, al concorso per la più bella italiana di Tunisia» rammenta come fosse ieri Passalacqua. Nel 2022 l’Associazione Petite Sicilie è riuscita a farle intitolare una strada, tra le vecchie mura che cingevano il quartiere e la stazione della metropolitana leggera. C’è una targa, in bianco su sfondo blu, Rue Claudia Cardinale, in arabo e in caratteri latini. «Ed è stata una grande festa, per tre, quattro giorni, era venuta anche lei, sembrava di essere tornati indietro, a quel tempo» ricorda. Un tempo felice, «di cui è rimasto un ricordo pallido che cerchiamo di ravvivare, perché ci aiuta a combattere la nostalgia» commenta Finzi.

Un tempo in cui gli italiani venivano a cercare fortuna in Tunisia. «Del resto la storia è sempre fatta di vasi comunicanti, o di circoli: oggi, allo stesso modo, sono i tunisini che attraversano al contrario lo stesso mare, con gli stessi sogni, le stesse speranze», conclude. Forse non c’è molto da vedere di quel che resta della presenza italiana a Tunisi, ma a saper cercare, c’è ancora molto da sentire.