Camminando per Bourbon Street, si incontra musica diversa ogni dieci, quindici passi. Da un locale sul lato sinistro arriva blues. Dal lato destro arriva un hip-hop vecchia scuola. Poi in mezzo alla strada c’è un piccolo gruppo che si esibisce in una miscela jazz-araba, superato il quale arriva una folata di Led Zeppelin (ma non è il brano dedicato alla città, When the levee breaks, che racconta di drammatici cedimenti dell’argine del fiume). Dall’altro lato risponde una cover di Nina Simone, e poi ecco un chitarrista seduto su un marciapiede che suona un pezzo di Lenny Kravitz. E così via. La gente cammina, rallenta per ascoltare, si avvicina ed eventualmente balla, commenta con degli sconosciuti, regala un applauso, grida di incitamento (o soldi, se c’è un cappello davanti all’artista), oppure entra nel locale. 
Magari non vi sembrerà niente di speciale, in diverse città del mondo ci sono le zone dei locali, dove scene simili si verificano il venerdì o il sabato sera.
Ma è lunedì, sono le tre del pomeriggio e non è un giorno di festa. O forse lo è sempre. Siamo a New Orleans.
L’America ha solo tre città: New York, San Francisco e New Orleans. Le altre sono solo un sacco di Cleveland”.
(Tennessee Williams)

New Orleans, Bourbon Street - foto Shutterstock​
1. MUSICA
Un viaggio negli Stati Uniti, specie di questi tempi, richiede una certa preparazione e cura. La prima tentazione è fare come fanno gli americani con l’Europa: già che ci sono, vedere tutto anche se i giorni sono quelli che sono. Un giorno a Roma, uno a Venezia, uno ciascuno anche per Parigi, Londra e Berlino e mettiamoci pure mezza giornata a Lisbona e mezza a Siviglia, più un giorno in Irlanda (o Svezia, o Polonia, o Grecia) a trovare i parenti. Essendo grande e complicata, l’America impone scelte – e corrispondenti rinunce. Per chi ama la musica, ma davvero, New Orleans è irrinunciabile. 
In effetti le città americane con un rapporto privilegiato con la musica sono tante: Nashville, San Francisco, Detroit, Chicago, Seattle… Ma qui c’è qualcosa di primitivo, nel rapporto con ritmi, melodia e improvvisazione, come se la città fosse il calderone originario dal quale tutto ha iniziato a sprigionarsi, forse grazie a qualche rito voodoo. E anche se all’esterno si nota di meno, perché altrove quella musica ha preso forme più precise (e redditizie), qui il calore originario è ancora presente, insieme a un’attitudine spontanea impossibile da imprigionare in un telefonino e nella musica in streaming allineata a calcoli e algoritmi. 

New Orleans, The Three Great - foto Shutterstock​

Il primo luogo da visitare da questo punto di vista è certamente Bourbon Street ma gli appassionati di jazz non potranno esimersi da un pellegrinaggio al vicino Louis Armstrong Park, dedicato (come anche l’aeroporto) al suo musicista più celebre. Al suo interno si trova Congo Square, il luogo in cui gli schiavi africani si riunivano la domenica per suonare e ballare, e ai tamburi si aggiungevano via via i nuovi strumenti a fiato fatti di ottone che gli europei usavano per la musica lirica, sottovalutandone la capacità di ravvivare la vita (e pure la morte, nei leggendari “funerali in stile New Orleans”). Ancor oggi, la domenica pomeriggio, lo spiazzo vibra di musica e balli. 
 


New Orleans, monumento nel Louis Armstrong Park - foto Paolo Madeddu
Un po’ sotto le aspettative, onestamente, il Jazz Museum, anche se il negozio di dischi (e t-shirt) può far brillare gli occhi a diversi jazzofili. A questi vale la pena suggerire (se già non lo sanno dai compagni di culto) la Preservation Hall in St. Peter Street, nel Quartiere Francese: lì la musica viene proposta in un’atmosfera più intima e “purista”, onorando la tradizione senza il chiasso di Bourbon Street. Il discorso può essere allargato ai locali della vicina Frenchmen Street, che secondo la vulgata sono i posti dove vanno più abitanti di New Orleans che turisti, anche perché l’offerta di generi è più ampia e un po’ più aggiornata. I club più rinomati sono lo Spotted Cat o il dba, ma ce ne sono davvero tanti altri, e la regola è sempre: avvicinarsi, dare un’occhiata, poi fidarsi delle proprie orecchie.
New Orleans, Spotted Cat - foto Shutterstock
 
2. STRADE
Bourbon Street è un party a cielo aperto, Frenchmen Street è una festa animata e vitale ma con un suo contegno. Ci sono poi le vie in cui passeggiare per assaporare New Orleans nei suoi diversi aspetti. Royal Street per esempio è la sorella graziosa e ammodo di Bourbon Street, con i negozi più particolari, specialmente quelli legati ad arte e cultura. Nelle vicinanze c’è l’arteria in cui è quasi impossibile non imbattersi, l’ampia Canal Street, che oggi ha un’aria trafficata ma nei secoli scorsi era la via elegante, quella della Grand Opera House e di alcuni tra i primi cinema d’America. È nata ai primi dell’Ottocento a causa della contrapposizione tra la popolazione franco-spagnola da un lato e quella di origine anglosassone dall’altro: le autorità pensarono di creare un canale artificiale che giungesse al Mississippi, nel quale termina la strada, per separare fisicamente le due comunità. Il canale non fu mai realizzato, ma Canal Street fece lo stesso da ideale linea di confine, e con una possibilità che l’acqua avrebbe impedito: la striscia centrale, dove oggi passano i tram, venne definita “Neutral ground”: lì gli esponenti delle rispettive comunità potevano incontrarsi e persino fare affari insieme – che si sa, è sempre il primo passo per stemperare le ostilità. 

New Orleans, Canal Street - foto Shutterstock

St. Charles Street, intitolata a San Carlo Borromeo, è una via per appassionati di architettura: una collezione a cielo aperto di palazzine vittoriane, neoclassiche, coloniali, e tanti altri stili: il suo sviluppo nella seconda metà dell’Ottocento fu un ulteriore tentativo degli anglosassoni benestanti di avere una propria area esclusiva, ad alto tenore di vita, nella quale i creoli del Quartiere Francese non li disturbassero. Anche Basin Street era una via chic, perlomeno fino a quando il quartiere a ridosso, Storyville, non divenne un quartiere a luci rosse. La qual cosa getta una luce un po’ ambigua su uno dei brani storici del jazz, Basin Street Blues, cantata (anche) da Louis Armstrong nel 1928: “un paradiso in terra, dove si incontra l’élite”.


New Orleans, St. Charles Street - foto Shutterstock
 
Magazine Street è invece la via in cui i locali potrebbero portare degli europei per fare bella figura: più sobria, molto lunga (va parallela al Mississippi da Uptown a Downtown), non ha una vera specialità, ma propone una scelta eclettica per ristoranti e shopping, gallerie d’arte e bar. Offre molte possibilità a chi fotografa compulsivamente belle case del mondo e lambisce l’Audubon Park, dove tutti i residenti si dirigono verso il suggestivo panorama offerto dall’area per qualche motivo soprannominata “The Fly”, forse perché il suo vero nome, Riverview, suonava un po’ troppo banale per un posto come New Orleans. 
3. CIMITERI 
Niente di strano: il turismo cimiteriale è una realtà in ascesa (appropriata a un’epoca in lutto permanente, forse) e New Orleans è uno dei posti migliori in cui fare un ragguardevole cimitour, visto che alla morte da queste parti si accompagna una certa vitalità, dai funerali jazz ai riti voodoo. Tombe, mausolei e complessi in stile neoclassico, gotico, romanico, rinascimentale, bizantino ed egizio: secondo Mark Twain, gli architetti di New Orleans lavoravano più grazie ai cimiteri che alle case. Ci sono più camposanti che in altre città più grandi (sembra che quelli che rivendicano la patente di “cimitero storico” siano più di quaranta), e le visite guidate sono una consuetudine anche piuttosto costosa.
Il decano è il St. Louis Cemetery, inaugurato nel 1789 – e quindi, passato da una Louisiana a sovranità francese, poi spagnola, poi di nuovo francese, e infine americana. In realtà è suddiviso in tre sezioni distaccate, ma i cittadini illustri di New Orleans muoiono dalla voglia di essere sepolti nella prima delle tre, per le sue tombe monumentali, che raccontano il susseguirsi di stili in città, e la storia delle sue differenze sociali ed etniche. Tra gli ospiti potrebbe esserci anche Marie Laveau, la più famosa sacerdotessa voodoo - ma coerentemente, non si sa se sia sepolta qui o se vi risieda sporadicamente. Si sa che l’attore Nicolas Cage ha prenotato una tomba per non correre il rischio di trovare overbooking, il fatidico giorno.
 

New Orleans, St. Louis Cemetery - foto Shutterstock
 
A partire dal 1833 il St. Louis ha però subito la concorrenza del pittorico Lafayette Cemetery, avvantaggiato dalla collocazione nel Garden District, ed entrato in una quantità di film e serie tv, i più famosi dei quali sono Intervista col vampiro e The Vampire Diaries. Dalla fine dell’Ottocento ha però iniziato a brillare, puntando soprattutto sulle statue, la stella del Metairie Cemetery, che ospita fianco a fianco senatori e boss della malavita, imprenditori e artisti. Tra questi c’è il mitico Louis Prima, “il selvaggio”: il cantante italo-americano amatissimo dalla città, noto in Italia soprattutto per la voce originale del narcisone Re Luigi nel Libro della Giungla di Walt Disney e per la canzone Just a gigolo, la cui ultima strofa è riportata sulla sua tomba: "When the end comes, I know, they'll say: ‘just a gigolo’ - as life goes on without me". 

New Orleans, Lafayette Cemetery - foto Shutterstock

4. CIBO
Dopo i cimiteri, è il caso di passare ad altre esperienze spirituali. Memorizzate questi termini: 1) Gumbo! 2) Muffaletta! 3) Ettouffee! 4) Beignets e, soprattutto, 5) Jambalaya! Cominciamo da quest’ultima, cantata da un esultante Hank Williams in una hit del 1952 (14 settimane al n.1 negli USA) e poi interpretata anche da Fats Domino, i Carpenters e (strano ma vero) dall’italiana Alexia in versione dance, nel 1996. I coloni spagnoli inventarono la prima versione della jambalaya per nostalgia della paella, e naturalmente usarono ingredienti trovati sul posto. Ai quali ogni etnia si ritrovò ad aggiungere qualcosa: gli africani ci misero il riso, i nativi americani le spezie, i francesi la mirepoix di verdure, i tedeschi la salsiccia. A quanto ci hanno detto, la più classica jambalaya in città viene servita al ristorante Napoleon House, in Chartres Street. Non avendo potuto assaggiare tutte le altre è difficile sbilanciarsi, ma chi scrive questo articolo ha potuto mangiare quella del Napoleon, e deve ammettere che lo rifarebbe volentieri e spesso. Un parente stretto della jambalaya è il gumbo, nome che viene dall’africano kimgombo, il che la dice lunga sul mix di culture che lo compongono. La sua densità è variabile, come il suo stato asciutto o liquido. Può essere vegetariano o contenere pollo, o maiale (variante dei cajun, i franco-canadesi emigrati qui per scappare dai protestanti), oppure crostacei e pomodori (variante creola): qualunque cosa ci finisca dentro, è legata dal roux (farina e burro fuso oppure grasso). Viene servito accompagnato da riso, che però è cucinato a parte, e di solito questa è la differenza che più salta agli occhi rispetto alla jambalaya. 


New Orleans, jambalaya - foto Shutterstock

Una cosa va precisata prima che sia tardi: l’aspetto “povero” di questi piatti non deve ingannare. Se è vero che con una loro foto non otterrete gli essenziali, vitali 100 like su Instagram che possono cambiare un’esistenza, col sapore non si scherza – unica incognita, è quanto lo chef ha deciso di abbondare con le spezie. Che non mancano nel crawfish étouffée, che potremmo tradurre come stufato o forse più propriamente come affogato di gamberi. Anche lui viene palleggiato tra il campo creolo e quello cajun, con le relative preferenze. 

Qualora vi sorga il sospetto che gli italiani, solo perché arrivati un po’ tardi, non abbiano portato qualcosa alla tradizione gastronomica della città, è il momento di presentare la muffuletta, inventata da Salvatore Lupo nel 1906 nella Central Grocery. Partendo dalla muffoletta siciliana (con la “o”) realizzò un sandwich a base di salame, prosciutto, mortadella, provolone, emmenthal, olive, carciofini e capperi. Una cosina semplice (…all’incirca) adottata con entusiasmo da New Orleans. Se vi rimane spazio per il dolce, ecco i beignets, frittelle di pasta lievitata, che ovviamente rivelano il legame tra New Orleans, l’Europa e il Carnevale. Sono un’ottima scusa per sostare al Café du Monde di Decatur Street, che è ritenuto il loro più autorevole dispensatore. A differenza di quel che faremmo in Italia, qui vengono solitamente servite, alla francese, con del café au lait. Ci sono tanti altri piatti locali, ma abbiamo già mangiato abbastanza, è ora di fare un giro.

New Orleans, beignets al Café du monde - foto Shutterstock​
5. PALUDI
Ovviamente non siamo strettamente a New Orleans, però è difficile trovare un mondo di alligatori e mangrovie, tartarughe e cipressi, opossum e altre creature (tra cui, meglio saperlo: insetti) a mezz’ora da una grande città. Di solito le escursioni durano due ore, c’è una guida che la sa lunghissima su tutto, e il momento migliore per farle, dicono, è l’autunno: buon clima, molte meno zanzare. L’offerta è enorme, come anche i prezzi e le modalità: dai kayak per avventurarsi nella Manchac Swamp o la Honey Island, alle grandi barche a fondo piatto, fino alle piccole, tipiche “airboat” con le enormi, tipiche ventole – esperienza che vi costerà un po’ di più. Ma si può andare anche a piedi, nella Barataria Preserve del Jean Lafitte National Historical Park, a sud della città.

New Orleans, Jean Lafitte National Historical Park - foto Shutterstock
 
Ci sono parecchi operatori specializzati, e forse può essere utile chiedere se il proprio albergo è in affari con uno di questi, tanto da venirvi a prendere direttamente sulla soglia. Non abbiate timore di chiedere quali peculiari bonus vengono offerti: si va dalla possibilità di tenere in braccio un baby alligatore a una sosta in qualche luogo tipico, per esempio un villaggio cajun (il più caldeggiato è Frenier) o una piantagione (come la Oak Alley Plantation). Meglio organizzare l’escursione sentendo più campane, e ricordando alcune limitazioni. Per esempio, una barca molto grande a fondo piatto fatica a spingersi negli anfratti più intricati del bayou come può fare una piccola airboat. Poi c’è l’idiosincrasia degli alligatori per il freddo, cosa che rende più difficile vederli da novembre a febbraio, malgrado il clima resti piuttosto mite rispetto alle nostre abitudini. Se vi intriga l’idea di andare in canoa o in kayak, tenete presente che non c’è molta corrente, quindi la fatica è relativa e il livello di forma fisica necessario è proprio il minimo sindacale. In ogni caso non mettete mani o piedi in acqua – indovinate il perché.

New Orleans, Jean Lafitte National Historical Park - foto Shutterstock
6. GUERRA
È strano associare New Orleans alla guerra, ma nel 2000 in città ha aperto il poderoso National WWII Museum. Il nome è molto onesto sul tipo di allestimento, che mostra come la nazione americana ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale. È bene premetterlo perché oggi qualche visitatore, detto senza girarci troppo attorno, potrebbe risentirsi nel vedere presentato Mussolini a fianco di Hitler, nella sezione dei dittatori nemici della democrazia (mentre sembra esserci una certa comprensione per l’imperatore Hirohito, malgrado Pearl Harbour). Il museo è una delle maggiori attrazioni della Louisiana e in generale uno dei musei americani più visitati in assoluto, ma ha un concorrente terribile, che non è in questo continente bensì in Normandia, nei luoghi del D-Day. Molti reperti sono rimastì là, e lo sforzo di presentare una collezione completa ha spesso dovuto scontrarsi con la poca collaborazione di altri musei più piccoli in America o nei tanti posti in cui le truppe americane hanno combattuto dal 1941 al 1945.

New Orleans, National WWII Museum - foto Shutterstock
I pannelli con le ricostruzioni storiche tuttavia sono obiettivi e dettagliati sull’evolversi dei tanti “scacchieri” mondiali, e la collezione di aerei è più che rispettabile: include tra l’altro un Messerschmitt tedesco e un rarissimo B-17 (“la Fortezza Volante”). Un altro pezzo forte è una delle Higgins Boats – le imbarcazioni corazzate usate per lo sbarco a Omaha Beach, per intenderci quelle della scena iniziale del film Salvate il soldato Ryan. Il signor Higgins che le realizzò è quello al quale sono intitolate anche la via in cui si trova il museo (Andrew Higgins Drive) e l’albergo di fianco, molto grande e moderno eppure anche lui piuttosto militaresco. Non si può negare che la visita generi parecchi spunti di riflessione - uno dei quali è, inevitabilmente, il fatto che in Italia non ci sia un museo sulla Seconda Guerra Mondiale, perché anche solo il pensiero scatenerebbe polemiche infinite. Per stemperare le quali, ricordiamo che fino al 24 settembre 2023 il museo ospita una affascinante mostra sul massiccio impegno della Disney durante gli anni del conflitto, con i fumetti e cartoni animati realizzati per motivare con un sorriso sia i soldati americani che i loro familiari grandi e piccoli a casa. 

New Orleans, National WWII Museum - foto Shutterstock

7. MARDI GRAS E VOODOO
Tra la parata in stile Rio de Janeiro e carri allegorici che somigliano a quelli di Viareggio, il Carnevale di New Orleans è una specie di stadio intermedio tra quello europeo tradizionale, sentito in particolare nei Paesi cattolici (Francia, Italia), e quello carioca. Ma se quello europeo vedeva il suo anelito principale nel desiderio di sovvertire temporaneamente il normale ordine delle cose, con il povero che si atteggia a ricco (perché ogni scherzo vale, come questa ipotesi sociale), quello brasiliano enfatizza l’allentamento – eufemismo – dei freni inibitori. Visto che il normale ordine delle cose qui viene tradizionalmente sovvertito dai riti voodoo, la versione di New Orleans del Carnevale sposa volentieri la causa della mancanza di inibizione.


New Orleans, Mardi Gras - foto Shutterstock
 
Di suo, New Orleans aggiunge una specie di tocco horror, attingendo dalla sua tradizione di voodoo e mitologia vampiresca. Nelle feste e le rappresentazioni organizzate dalle confraternite cittadine (le krewes di quartiere, i cui componenti sono la maggioranza delle persone in maschera) c’è spesso un tocco di Halloween. E del resto, il percorso del corteo sembra quasi simboleggiare una discesa agli inferi, o perlomeno dagli educati quartieri alti - dove la festa è in versione “per famiglie” - giù fino a Bourbon Street, dove la polizia chiude un occhio e non interviene ad arrestare signore e signorine in topless o festeggianti dediti a eccessi di ogni tipo. Una delle più note canzoni su New Orleans, Lady Marmalade (portata al successo dalle Labelle nel 1974) aveva sintetizzato questo misto di estasi e dannazione: un uomo venuto da fuori città viene adescato da una diabolica prostituta creola, che tra lenzuola nere si appropria della sua anima: tornato nel suo mondo rispettabile, l’uomo non avrà più pace – il nome “Marmalade” sarebbe una versione zuccherina di “Maman Brigitte”, sposa del potente spirito voodoo Papa Legba. E un fondo di verità c’è: con il Mardi Gras arrivano in città circa un milione e mezzo di turisti, da un mondo rispettabile o meno, che per l’occasione raddoppiano la normale popolazione dell’intera area metropolitana. L’unicità di questa festa nel continente nordamericano era già stata segnalata da documenti dei primi del Settecento – e a quanto testimoniano scritti dell’Ottocento, quando la festa venne ufficializzata, l’abitudine di sbarazzarsi pubblicamente dei vestiti era già popolare quanto quella di travestirsi. 
Tutto inizia il giorno dell’Epifania, e finisce col Martedì Grasso, che chiude i cinque giorni di Carnevale propriamente detti, quelli delle parate più importanti. Se non potete presenziare in questo periodo, ci sono le parate e i balli per Halloween – che non hanno le stesse dimensioni, ma come accennato, tra i due eventi c’è una lontana parentela. Se però siete autentici appassionati del Carnevale, potete ripiegare su una visita guidata al Mardi Gras World, un museo fondato nel 1984 da Blaine Kern, Mr. Mardi Gras, veterano dei carri scomparso a 93 anni durante l’epidemia di Covid. Per chi è attratto più dal lato oscuro, ci sono diverse passeggiate guidate nella New Orleans della stregoneria e dei vampiri, nel Quartiere Francese, tra storie della sacerdotessa voodoo Marie Laveau o dei crimini orrendissimi della casa LaLaurie Manson. Avvertenza: sono quasi tutte riservate ai soli adulti – Dio benedica gli Stati Uniti d’America.

New Orleans, Mardi Gras - foto Shutterstock
 
8. TUTTO IL RESTO
E poi c’è il resto, naturalmente. Che non starebbe in un articolo solo, e richiederebbe una guida con tante, tante pagine. Jackson Square, con la sua umanità variopinta davanti alla St. Louis Cathedral (il luogo dove andare se siete in città a Natale). Le fantastiche sculture del Besthoff Sculpture Garden, all’interno del City Park. Vue Orleans, in fondo a Canal Street, che propone una vista panoramica a 360 gradi dell’intera città e alcune esperienze interattive per conoscerla meglio. Il giardino di Longue Vue, la casa in cui hanno soggiornato grandi personaggi della storia americana, da Eleanor Roosevelt a John Kennedy. I quadri di Mirò, Pollock, O’Keeffe, Picasso, Monet, Pissarro, Rodin, Matisse, Gauguin e soprattutto Edgar Degas, che a New Orleans abitò per un anno, esposti nel New Orleans Museum of Art. Il ferry che parte da Algiers Point e mostra la città vista dal Mississippi. Il Sazerac, uno dei più antichi cocktail americani, servito dove fu inventato, nel 1838. La squadra dei Saints, che nonostante il nome gentile (raro nel football americano), perde praticamente sempre, si dice per un sacrilego oltraggio ai morti: lo stadio è stato edificato dove una volta c’era un cimitero – ma nessun’altra squadra al mondo scende in campo sulle note di un inno esaltante come When the saints go marchin’in. E infine la gente di New Orleans: gente che ogni tanto deve fronteggiare un uragano, e a volte perde tutto. Ma non basta un uragano a mandarla via da qui.


New Orleans, Besthoff Sculpture Garden - foto Shutterstock​


New Orleans, Mardi Gras - foto Shutterstock

INFORMAZIONI
Siti web www.neworleans.com e travelsouth.visittheusa.com