Ci sono nomi che evocano mondi, un pugno di vocali e consonanti che basta pronunciarle e scatenano la fantasia: diga del Panperduto, che posto sarà mai ?
«È uno snodo idraulico fondamentale per la Lombardia», recita la Guida Rossa TCI: il punto dove, a fine Ottocento, le acque del Ticino vennero deviate per creare il canale Villoresi e il canale Industriale.
Presto al mattino, quando un velo di nebbia avvolge ogni cosa, con il susseguirsi di dighe, conche, chiuse, specchi d’acqua e canali, il Panperduto è uno dei tratti più scenografici della Via del Marmo, il cammino lungo quasi 130 chilometri realizzato dalla Città Metropolitana di Milano in collaborazione con il Consorzio di Bonifica Est Ticino Villoresi e il sostegno della Veneranda Fabbrica del Duomo e dell’Arcidiocesi di Milano-Servizio Pastorale Turismo.

Direzione Duomo
Un cammino che riprende, rendendolo turistico e percorribile, un percorso antico e famoso: quello che dal 1387 seguono i blocchi di marmo rosa con cui è edificato il Duomo di Milano. Per secoli trasportati dalle cave di Candoglia, che si affacciano imponenti e a loro modo inquietanti sul lago di Mergozzo, nel Verbano, fino al capoluogo lombardo, attraverso le vie d’acqua – il Verbano, il fiume Ticino, il Naviglio Grande, la Darsena – che costituivano l’ossatura delle comunicazioni commerciali in Lombardia. Fu proprio la comodità di questa complessa idrovia a determinare la scelta del marmo di Candoglia per il Duomo.
All’epoca della sua costruzione infatti era già attivo, da due secoli, il collegamento del Ticino con la città attraverso il primo canale navigabile d’Europa, quel Naviglio Grande che – con i suoi 50 chilometri e 34 metri di dislivello – oggi va da Tornavento alla darsena di Porta Ticinese, ma che al tempo della costruzione del Duomo arrivava, grazie al sistema di conche che lo collegavano alla cerchia, fino al laghetto di Santo Stefano, bacino scavato appositamente, a 300 metri dal Duomo. All’epoca i blocchi – esentati dai dazi perché destinati alla costruzione della cattedrale – recavano la scritta Ad usum frabricae, abbreviata “A.U.F.”, parola poi entrata nel linguaggio corrente per indicare “gratis”. Una storia antica, fatta di ingegno e dedizione al lavoro, interrotta il 31 marzo 1979, quando l’ultimo barcone che trasportava ghiaia dalle cave dell’alto milanese attraccò in darsena.

Una storia che oggi rinasce, grazie a una infrastruttura leggera come la Via del Marmo che può diventare un modello, oltre che di valorizzazione turistica del territorio, anche per la mobilità sostenibile: da Mergozzo a Milano si può arrivare a piedi, in bicicletta, a cavallo oppure sfruttando le vie navigabili, anche se al momento navigare è più complesso, ma non impossibile, almeno in canoa. Che poi, abituati come siamo a farlo sempre in macchina o con altri mezzi, “arrivare” a piedi (o in bici) a Milano è una esperienza affascinante: per una volta non si è trasportati, ma si è protagonisti del proprio andare, in un viaggio attraverso la geografia e la storia. Perché quel che si vede lungo la Via del Marmo ha una valenza duplice: è naturale – o almeno così ci appare –, ma è anche antropizzato. Si attraversa infatti un paesaggio naturale totalmente umanizzato, ridisegnato dall’uomo per l’uomo, sfruttando la forza dell’acqua per far germogliare i campi, generare energia idroelettrica, trasportare ingenti quantità di merci. Un paesaggio che nei 130 km della Via del Marmo è assai diversificato.

Da Candoglia a Sesto Calende
Si parte dalle cave di Candoglia, sulla riva sinistra del fiume Toce, che da quando Gian Galeazzo Visconti decise di sostituire il mattone, originariamente pensato per la costruzione del Duomo, con il marmo, sono in uso esclusivo alla Veneranda Fabbrica, cui Gian Galeazzo concesse contestualmetne il trasporto gratuito dei marmi fino a Milano attraverso le strade d’acqua. Trasporto dei blocchi di marmo che è proseguito fino al 1920, anno cui hanno iniziato a viaggiare su strada. Si prosegue lungo le sponde del Lago Maggiore, guardando da lontano le Isole Borromee, attraversando Stresa e Arona che conservano il fascino di inizio Novecento quando – grazie all’apertura del traforo del Sempione – divennero località di villeggiatura per il bel mondo d’Europa.

A Sesto Calende il lago si fa fiume, con il contorno di dighe – tre in otto chilometri, la diga della Miorina con le sue 120 porticine che affiorano a pelo d’acqua, l’imponente diga di Porto della Torre su cui transitano anche le auto, e il Panperduto, progettato da Eugenio Villoresi e inaugurato nel 1884 –. E poi sbarramenti, alzaie, approdi e imponenti centrali idroelettriche che segnano il percorso lungo il Ticino e poi, da Turbigo, lungo il Naviglio Grande. Qui la Via del Marmo diventa un percorso gentile, con il naviglio stretto nel suo alveo che tocca Robecco sul Naviglio, con il ponte degli Scalini e l’imponente Villa Gaia, e Cassinetta di Lugagnano, con una passeggiata nel verde tra sambuchi e acacie, prima di entrare in città e ritrovarsi assediati dal traffico. Ma con il ricordo ben vivo di un’esperienza particolare.
