Dalla rivistalibro MAPPE 10, intitolata Treni e dintorni. Dentro il paesaggio italiano e non, riprendiamo il saggio di Gianfranco Marrone, saggista e scrittore, professore ordinario di Semiotica all’Università di Palermo.

Le foto sono materiali dell'archivio fotografico del Touring Club Italiano, consultabile nel nuovo museo virtuale Digitouring.

"Viaggiare e mangiare fanno coppia fissa. Più ancora spostarsi e rifocillarsi". Per millenni, però, le due cose non potevano stare insieme. Locande, stazioni di posta, bettole, osterie e taverne punteggiavano il percorso di mercanti e pellegrini, dettandone ritmi e orari. Per mangiare, presto o tardi, bisognava fermarsi: per sé, per gli altri viandanti, per i cavalli, i dromedari o gli elefanti che tiravano il carico.

Il pasto in treno ha rotto questo schema secolare. Si mangia senza fermarsi, mentre i cavalli «innanzi tutto a vapore» continuano a macinare chilometri. E torna a galla un terzo protagonista: la casa. Il vagone ristorante, si chiede Marrone, riesce a ricordare il tinello di famiglia e i manicaretti dei fornelli domestici? O a riproporre cene eleganti con ospiti d’alto rango, «pur correndo imperterriti lungo le rotaie»? «E che ne è delle buone maniere fra un fischio e l’altro dei capistazione? Soprattutto: ne risentirà la qualità del cibo, ne soffrirà il gusto?».

Il trancio di pizza al finestrino

Il cibo da strada, lungo i binari, c’è sempre stato. Ma resta fuori dal vagone. «C’è stata un’epoca in cui occorreva affacciarsi con gli spicci pronti onde poter afferrare al volo un trancio di pizza a Napoli Centrale o un panino al lampredotto a Santa Maria Novella, a Firenze». Quel gesto, lo sporgersi dal finestrino in bilico fra due spazi, è proprio ciò che il vagone ristorante nega. «Sia esso nel mitico Orient Express o nel Frecciarossa de noantri».

Barthes e il teatro dell’inutile

A mettere a fuoco la questione era stato Roland Barthes, in un saggio poco noto dei primi anni Cinquanta intitolato proprio “Vagone ristorante” (si legge in italiano nei suoi Scritti, Einaudi 1998). Per il semiologo francese il ristorante in treno serve anzitutto a «purificare il viaggio dal viaggio stesso»: tovagliato, posate, servizio e nomi dei piatti devono dare l’impressione di essere altrove, a casa propria o in un locale di lusso. In questo teatro barocco nulla è lasciato al caso. «Il pasto diventa una sequenza di portate discontinue», scriveva Barthes: «ingeriamo, attendiamo come ruminanti nella stalla, nutriti passivamente».

Per Marrone è «il trionfo degli ossimori: la pianificazione meticolosa dell’inutile, il viaggio da fermi, la ristorazione come arena pubblica».

Dal guanto bianco al microonde

Oggi lo scenario è un altro. Nella carrozza a metà treno i cibi preconfezionati, «mal riscaldati in forni a microonde», hanno preso il posto delle pietanze succulente di un tempo. Il cibo è tornato puro carburante per il corpo, senza scenografia. Al punto che il tinello di casa è diventato «un luogo utopico come nemmeno l’isola di Tommaso Moro o il falansterio di Charles Fourier».

La nostalgia, intanto, si vende bene. Tornano le carrozze d’epoca con tovagliato rigido, posate d’argento e camerieri in giacca e guanti bianchi. «Ma resta un sogno per pochi, per nuovi ricchi alla ricerca del tempo perduto ma, ahiloro, senza le fanciulle in fiore di cui raccontava quel genio di Marcel Proust». E quando il lusso prova a farsi democratico, rischia di diventare «un luogo privo di identità», che rimarca le differenze di classe che vorrebbe livellare.

Un set per il cinema

Proprio la sua «pochezza funzionale», però, fa del vagone ristorante uno spazio enorme per l’invenzione narrativa. Letteratura e cinema lo hanno capito presto. C’è Poirot, «vorace consumatore di omelette», che nelle tante versioni di Assassinio sull’Orient Express interroga i sospettati fra una portata e un calice. C’è James Bond che in Dalla Russia con amore (1963) lotta contro il cattivo fra i tavoli tirati a lucido. E poi diversi Harry Potter, Café Express di Nanni Loy (1980) con Nino Manfredi venditore abusivo di caffè e cappuccini, Prima dell’alba di Richard Linklater (1995), Il treno per Darjeeling di Wes Anderson (2007), Snowpiercer di Bong Joon-ho (2013).

Due scene, su tutte, sono agli antipodi. In Intrigo internazionale di Alfred Hitchcock (1959) Cary Grant ed Eva Marie Saint si conoscono al tavolo del rapido per Chicago, prendono un aperitivo, flirtano e ordinano trota all’agro. «Tutto il merito è dell’anonimo cameriere che per miseri cinque dollari di mancia ha fatto sedere lui al tavolo di lei». In Viaggi di nozze di Carlo Verdone (1995), invece, il professor Raniero Cotti Borroni non smette di fare il medico al telefonino nemmeno a cena, descrivendo ad alta voce i malanni intestinali dei pazienti davanti alla povera Fosca e agli altri commensali. «Lui è, letteralmente, fuori luogo, ovvero in quel non-luogo carico di occasioni narrative che è il vagone ristorante, dove tutto può accadere».

Una macchina che produce storie

Più che un teatro, come voleva Barthes, il vagone ristorante è allora un romanzo, «o per meglio dire una macchina produttrice di innumerevoli storie». Avendo unito viaggiare e mangiare, è «l’ossimoro degli ossimori». L’anonimato del viaggio si riempie di possibilità, e perfino le gerarchie sociali trovano occasioni impreviste per essere superate.

«La tristezza del panino, una volta narrata, potrebbe ribaltarsi in euforia dell’incontro casuale», conclude Marrone. Da qui una proposta: «Perché, allora, non un cineforum periodico al Ministero dei Trasporti? Migliorerebbe i nostri viaggi perennemente in ritardo, e magari pure i nostri stomaci spesso in disordine».

Il saggio completo, con le foto dell’Archivio Storico del Touring Club Italiano, è pubblicato su MAPPE 10 – Treni e dintorni.

Un vagone ristorante nella foto dell'Archivio del Touring Club Italiano

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