Dalla rivistalibro MAPPE 10, intitolata Treni e dintorni. Dentro il paesaggio italiano e non, riprendiamo l’intervista di Barbara Gallucci a Beppe Severgnini, giornalista, scrittore e volto televisivo, ma soprattutto grande appassionato di viaggi in treno

«I treni aiutano a pensare. Non è una riflessione filosofica particolarmente profonda: è una constatazione semplice che ho fatto tante volte nella mia vita. Sul treno vengono moltissime idee, anche durante un normale viaggio verso Roma o Venezia, non soltanto nei grandi itinerari». Beppe Severgnini parte da qui. E dalla differenza che, per lui, separa il treno da ogni altro mezzo: «Guida qualcun altro, e non è un dettaglio. Tu non devi fare altro che pensare, leggere o ascoltare, sperando di non avere accanto persone troppo loquaci».

Un piccolo club di scrittori ferroviari

La passione di raccontare i treni in Italia Severgnini la condivide con una manciata di altri autori, come Tim Parks, che ha scritto Coincidenze (Bompiani), e Valerio Magrelli, che in La vicevita (Einaudi) narra di pendolari, compagni di cuccetta, controllori e abusivi. «Non siamo molti, è una sorta di piccolo club. Ma questa osservazione ritorna in tutti noi, perché il treno aiuta davvero a pensare mentre il paesaggio cambia continuamente. È come stare a teatro o guardare un film muto: le immagini scorrono senza sosta e tu puoi semplicemente riflettere o prendere appunti».

Il nemico, oggi, ha un nome preciso. «Lo smartphone è il principale nemico del pensiero ferroviario. È vero che durante tre ore di viaggio puoi lavorare benissimo con il cellulare, ma appunto stai lavorando. Che tu sia in treno, in aereo, in bagno o a casa, se sei concentrato sul telefono il luogo in cui ti trovi perde importanza».

Il ritorno dei giovani (e delle famiglie)

Eppure, secondo Severgnini, il treno sta tornando di moda, soprattutto tra i più giovani, per una scelta più estetica che etica. «Il viaggio in treno è completamente diverso da qualunque altro. Sei più libero durante il tragitto, anche se poi, arrivato a destinazione, hai meno libertà di movimento perché non hai l’automobile. Nelle grandi città, però, questo può persino essere un vantaggio». Molte famiglie non ci pensano nemmeno, ma quando qualcuno glielo suggerisce cambiano idea. «Anche perché i bambini, dai quattro anni in su, e naturalmente gli adolescenti, in treno difficilmente si annoiano».

Condividere lo spazio con degli sconosciuti, poi, apre a conversazioni inattese. O almeno le apriva. «Oggi quelle persone sono quasi sempre concentrate sul telefono. Se vuoi parlare con gli altri devi inventarti qualcosa». Lui, nel 2017, si era inventato una statuetta bobblehead di Donald Trump, quella con la testa a molla, piazzata sul tavolino durante un viaggio da Napoli a Londra: «Non avevo bisogno di iniziare una conversazione: erano gli altri passeggeri ad avvicinarsi spontaneamente per commentarla. Credo che oggi quell’esperimento provocherebbe reazioni ancora più forti. Qualcuno forse cercherebbe perfino di buttare la statuetta dal finestrino. Per fortuna, però, i finestrini dei treni non si aprono più».

Quattro viaggi da ricordare

Tutto è cominciato con il treno da Crema a Milano, da ragazzo. Poi è venuta una vita di viaggi. Se deve sceglierne quattro, Severgnini non ha dubbi:

  • la Transiberiana, da Mosca a Vladivostok, in viaggio di nozze nell’estate del 1986;
  • dal Baltico al Bosforo, da Helsinki a Istanbul, nell’estate del 1990, «mentre il mondo comunista si stava disfacendo. Ogni volta che arrivavamo in una stazione non sapevamo nemmeno se il treno successivo sarebbe partito»;
  • Mosca-Lisbona, nel 2011: «Oggi è ancora più significativo, perché partire da Mosca attraversando l’Ucraina è qualcosa che probabilmente non sarà più possibile fare per molto tempo»;
  • da Washington D.C. allo Stato di Washington, con il figlio, nel 2013.

Viaggi senza smartphone, orari online e coincidenze a portata di mano. «Dicevamo sempre: ‘Prima o poi arriviamo’. E infatti arrivavamo». Ma il ricordo più forte, forse, è un viaggio qualsiasi: il notturno Milano-Roma per andare a trovare una fidanzata, alle 10 di sera la partenza e alle 10 del mattino l’arrivo, in cuccetta. «Svegliarsi all’alba e vedere la luce mentre ci si avvicina a Roma, per un ragazzo di 17 anni è qualcosa di straordinario».

un biglietto delle ferrovie giapponesi

Trieste-Trapani, l’Italia dal finestrino

Tra gli appassionati ci sono i trainspotters, che i treni li guardano passare. Severgnini appartiene all’altra categoria, quella di chi ci sale. E tra i treni di casa nostra uno gli è rimasto dentro più di tutti. «Uno dei viaggi più emozionanti che abbia mai fatto è stato Trieste-Trapani. Si scende lungo l’Adriatico, poi si attraversa l’Italia verso la Calabria e la costa ionica. Quando penso all’Italia, penso ancora a quel viaggio. Dal finestrino vedi il paesaggio trasformarsi lentamente: la Venezia Giulia diventa Veneto, il Veneto diventa Romagna, poi Marche, Abruzzo, Puglia. Cambiano gli Appennini, cambiano i colori, cambia tutto in maniera progressiva. Cambiano anche gli accenti delle persone che salgono sul treno». Il consiglio è netto: «Se una coppia giovane dovesse scegliere un grande viaggio in Italia, consiglierei mille volte Trieste-Trapani».

Non si tratta di «leggere» il paesaggio e le persone, precisa. «Devi semplicemente guardarli e ascoltarli. “Leggere” è un’azione attiva. Qui è il paesaggio che racconta la storia. È il treno stesso che te la narra».

convigli dell'Oroen

Estraneo tra estranei

C’è poi il piacere dell’anonimato, più vero all’estero che in Italia, dove qualcuno lo riconosce quasi sempre. Ma anche la notorietà ha i suoi vantaggi: «Se sul treno cercavo qualcuno da intervistare, mi bastava chiedere: ‘C’è qualcuno disposto a fare due chiacchiere?’. Trovavo volontari ovunque». Sulla Transiberiana o sugli Amtrak americani, invece, nessuno sa chi sia. E negli Stati Uniti il treno racconta un Paese a sé: chi ha paura di volare, chi non può permettersi l’aereo, chi ha difficoltà fisiche. «Per questo il mondo del treno americano è, in un certo senso, una collezione di minoranze».

tra i binari della stazione centrale di milano

L’Italia l’ha fatta anche il Frecciarossa

«Una volta avevo scritto che l’Italia non l’hanno fatta soltanto Cavour, Garibaldi e Vittorio Emanuele, ma anche il Frecciarossa. Può sembrare una provocazione, ma il treno veloce ha davvero modificato i rapporti tra gli italiani». Milano non è più lontana: da Napoli ci si arriva in quattro ore, da Roma in tre, da Torino in meno di una. Per questo gli dispiace vedere le difficoltà di oggi: «Probabilmente circolano troppi treni e basta un piccolo guasto per creare un effetto domino».

La tratta simbolo dell’Italia di oggi è la Milano-Roma. Ma il cuore va alla linea adriatica, «hai sempre il mare sulla sinistra e, a differenza della tirrenica, attraversi poche gallerie», al Catania-Palermo che mostra la Sicilia interna e alla costa ionica calabrese, dove una quindicina di anni fa il treno arrivava a fermarsi «perché le persone tornavano dalla spiaggia con il gelato in mano e attraversavano i binari».

Il sogno: Crema-Milano senza cambi

E il viaggio che manca? La risposta sorprende. «Il sogno della mia vita è riuscire ad andare da Crema a Milano con un treno degno di questo nome. Siamo a circa 35 chilometri di distanza e, ancora oggi, bisogna cambiare a Treviglio. È una cosa assurda. Ho attraversato la Siberia, l’Australia e gli Stati Uniti in treno, ma vorrei poter andare da Crema a Milano in modo semplice e diretto».

Come una birra fresca

In Signori, si cambia Severgnini aveva paragonato il viaggio in treno a «una droga leggera». Oggi corregge il tiro: «Direi piuttosto che è come bere una birra fresca. Il treno è una specie di culla. Ti muovi nel tempo e nello spazio rimanendo in un ambiente chiuso. Succede anche in aereo, ma con una differenza fondamentale: dall’aereo vedi soltanto il punto di partenza e quello di arrivo. Dal treno, invece, vedi tutto ciò che c’è in mezzo. Per questo il viaggio ferroviario ha qualcosa di ipnotico».

L’intervista completa è pubblicata su MAPPE 10 – Treni e dintorni.

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