
Nella città che ama e dove sempre torna Matteo Nucci è arrivato per la prima volta da ragazzino. «Avevo un compagno di scuola spagnolo per parte di madre, e mi invitò a passare l’estate lì, a El Espinar, un paese alle pendici della Sierra de Guadarrama», racconta lo scrittore, che ha redatto i Percorsi d’autore della nuova edizione della Guida Verde Touring Madrid. «Un giorno i genitori ci portarono a visitarla: ricordo un caldo micidiale, una città vuota, giravamo per vicoli e stradine spettrali, che mi colpirono nonostante non ci sia nulla di veramente monumentale per uno che viene da Roma. Era la città post franchista, quella della movida, ma eravamo ragazzini, e la sera non era ancora per noi. Ma tutto aveva un odore particolare che mi è rimasto dentro».
Di quella prima volta Nucci ricorda soprattutto una visione. «Quando ci siamo affacciati dal cavalcavia di calle de Bailèn verso la distesa infinita di Casa de Campo – il più grande parco pubblico di Madrid – lì sotto mi è parso che quella fosse una città incredibile, dove c’era e si respirava qualcosa di eterno, che ha a che fare con il vitalismo spagnolo. Allora ovviamente non sapevo che cosa fosse, a quell’età non hai ancora gli strumenti per capire ma però c’era qualcosa, un’atmosfera, un colore e un odore che mi sono rimaste dentro. Qualcosa che oggi so ha a che fare con l’eternità dell’effimero, con quell’idea di Spagna eterna che lì si fa concreta, pulsa. Proprio lì, al suo centro».

E così per Matteo Nucci Madrid è diventata la casa dell’anima, col tempo quel vitalismo ha imparato a capirlo e sentirne nostalgia. Una nostalgia dolce, «quell’attitudine di vivere madrilena, quell’abitudine a vivere al massimo dell’intensità qualunque momento della propria vita. Senza esser eroe per un attimo, e vivere un giorno da leoni come invece sostengono gli americani, ma vivere al massimo per ogni istante, diventando così eterni».
Questa attitudine del vivere madrileno in spagnolo viene espresso da una parola, castizo. Potrebbe essere autentico, tradizionale, tipicamente madrileno. «Ma in verità le traduzioni di castizo non rendono mai davvero l’idea. Perché è impossibile raccapezzarsi circa il vero senso di un’idea che non è qualcosa di davvero concreto. Bisogna partire dalla parola, che ha a che vedere con casta, ma non intesa in senso sociale. A Madrid c’è questo senso di un mondo chiuso su di sé, un mondo eletto non perché migliore, ma perché diverso. Non è un mondo davvero chiuso, lo può vivere anche chi non è nato a Madrid», spiega.
Che cosa sia di preciso il castizo è difficile dirlo. «Si possono fare esempi che hanno a che fare con certi abiti, con i quadri di Goya, con certe taverne, con la corrida: ma così si storicizza un concetto e non lo si spiega davvero, gli si dà solo un inizio e una fine. E invece credo sia un modo di vedere la vita, qualcosa che ha che fare con questa perenne sfida alla morte, tipica del vitalismo spagnolo. L’esaltazione della vita è un modo di sfidare la morte: soffrire, patire e vincerla».

La vita, la morte, l’eternità hanno molto spazio nella Madrid di Matteo Nucci, dalla tauromachia che ha imparato a comprendere nella Plaza de Toros, al ciclo delle Pinturas negras di Goya ospitate al Prado «dove torno perché è una meraviglia assoluta, e come scrittori ci si va “per imparare a scrivere”, come diceva Ernest Hemingway. Sono acqueforti sulla guerra e sulla mostruosità dell’essere umano, che in tempi come i nostri sono di insegnamento perché ci confrontano con la mostruosità dell’essere umano», spiega Nucci.

E chi ama Goya a Madrid ha tanti luoghi dove andare, oltre al Prado. «Ma il posto dove andare per me è l’Ermita di S. Antonio della Florida, una chiesa tutta affrescata che sta lì, sul Manzananes, e una volta era al centro di una festa religiosa molto pagana, dove si coglie ancora quella vitalità tipica di Madrid».
Vitalità che non si è persa, ma di certo è cambiata, si è spostata per sfuggire alla pressione turistica che assedia anche la capitale spagnola, «che pur riesce meglio di Barcellona a resistere alla selvaggia invasione». Così la si percepisce in posti laterali, come lo stadio del Rayo Vallecano, che sta in mezzo alle case, con un lato del campo chiuso da un muro come un campetto di periferia. Uno stadio non mitico come il Bernabeu, dove gioca una squadra operaia che intorno ha una città ben diversa da quella del centro, una Madrid popolare, dove si mangia benissimo». Che è assai importante, «perché a Madrid l’esaltazione vitalistica quotidiana oggi si esprime nelle taverne, dove i madrileni bevono, spliluccano, discutono per ore di tutto e di nulla, e bevono, bevono».

Questo incontrarsi per bere, spesso e ovunque è un tratto importante, distintivo della città. Ognuno ha il suo posto preferito. «A me piace molto andar al Nairro das letras, in plaza santa Ana. Andarci ancora, nonostante tutto il turismo, nonostante sia al centro del centro. Ancora vai lì, gironzoli nella piazza davanti alla statua di Garcia Lorca, sotto gli alberi. E poi entri alla Cervecería Alemana, che poi è ancora quella dove si tenevano le tertulias, dove andava Hemingway, dove si incontravano i toreri. Oggi seduti ai tavoli ci sono giovani e anziani, turisti certo, ma anche tanti madrileni. E lì senti che ancora c’è quella Madrid eterna, che ti emoziona, che resiste». Dove vale la pena di andare a curiosare.

INFORMAZIONI
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