Certe storie non appartengono soltanto al passato. Restano sospese nella memoria collettiva, continuano a riemergere nei libri, nei film, nelle conversazioni. Il caso dello Smemorato di Collegno è una di queste.

Il 10 marzo 1926 un uomo privo di identità entrava nel manicomio di Collegno, alle porte di Torino. Non sapeva dire chi fosse, da dove venisse, quale fosse stata la sua vita fino a quel momento. Quella che poteva sembrare una vicenda marginale di cronaca si trasformò nel giro di pochi mesi in uno dei casi giudiziari più discussi dell’Italia tra le due guerre.

L’uomo che non ricordava nulla

La vicenda ebbe inizio quasi per caso. Nei primi giorni di marzo del 1926 un uomo fu sorpreso da un custode nel cimitero di Torino mentre cercava di allontanarsi con alcuni oggetti funerari. Condotto in questura, appariva disorientato e incapace di fornire qualsiasi informazione su di sé. Non ricordava il proprio nome, né la città di provenienza, né la professione.

Nelle sue tasche c’erano soltanto pochi oggetti e una cartolina illustrata con una scritta infantile: «Al mio caro babbo…». Dopo una visita l’uomo fu trasferito al manicomio di Collegno, dove gli venne assegnato il numero identificativo 44170. Da quel momento iniziò la sua vita all’interno dell’istituto, mentre medici e funzionari cercavano inutilmente di ricostruirne l’identità. Per mesi nessuno riuscì a riconoscerlo. Alla fine la direzione dell’ospedale decise di pubblicare la sua fotografia sui giornali, accompagnata da un semplice appello: “Chi lo conosce?”. Fu l’inizio di una delle storie più sorprendenti della cronaca italiana.

Totò nel film «Lo smemorato di Collegno» di Sergio Corbucci (1962)

Due uomini in uno 

Tra le tante persone che risposero all’appello si fece avanti una donna convinta di aver riconosciuto nello sconosciuto il marito disperso durante la guerra. Era Giulia Canella, moglie del professor Giulio Canella, filosofo e insegnante dato per disperso nel 1916 sul fronte macedone. Quando la donna incontrò lo sconosciuto nel manicomio, lo abbracciò dichiarando senza esitazioni che quello era il marito scomparso.

Sembrava la fine del mistero. Ma pochi giorni dopo emerse una seconda ipotesi: secondo una lettera anonima l’uomo non era il professore veronese bensì Mario Bruneri, un tipografo torinese con una lunga storia di truffe e false identità. Da quel momento la vicenda si trasformò in un clamoroso caso giudiziario. L’Italia si divise tra chi sosteneva la tesi della famiglia Canella e chi riteneva più credibile l’identificazione con Bruneri. I giornali parlarono presto di “canelliani” e “bruneriani”, come se si trattasse di due tifoserie contrapposte. Le analisi scientifiche – in particolare il confronto delle impronte digitali – sembrarono stabilire definitivamente che lo sconosciuto fosse Mario Bruneri. Tuttavia la moglie di Canella continuò per tutta la vita a riconoscere in lui il marito perduto.

Giulio Canella, Giuseppe Canella,e lo sconosciuto ricoverato al manicomio di Collegno

Un caso che conquistò l’Italia

Tra il 1927 e il 1930 il processo divenne un fenomeno mediatico. I giornali seguivano ogni sviluppo della vicenda, pubblicavano fotografie e testimonianze, alimentando un dibattito pubblico senza precedenti. Il caso toccava infatti questioni profonde: il rapporto tra verità scientifica e legami famigliari, il valore dell’identità personale, il ruolo della memoria nella definizione di chi siamo.

La vicenda influenzò anche il mondo della cultura. Ispirò opere teatrali, romanzi e film, tra cui parzialmente il dramma “Come tu mi vuoi” di Luigi Pirandello e, anni dopo, la celebre commedia cinematografica “Lo smemorato di Collegno” con Totò.

Giorgi Albertazzi, Anna Proclemer, Come tu mi vuoi, 1966

Dal mistero alla memoria collettiva

Nonostante le sentenze dei tribunali, la storia non si chiuse mai del tutto. L’uomo visse con Giulia Canella e negli anni Trenta si trasferì con lei in Brasile, dove continuò a firmare articoli di filosofia con il nome di Giulio Canella. Ebbe anche tre figli dalla donna.

Nel 2014 un confronto del Dna tra discendenti della famiglia Canella e il figlio dello Smemorato non ha confermato l’identità del professore. Ma il fascino del mistero rimane intatto, tanto che nel 2009 anche il programma televisivo Chi l’ha visto? Si è occupato del caso, affidando ai Ris e ai Carabinieri alcune lettere inviate da Canella alla moglie dal fronte e altre scritte da Bruneri durante una detenzione in carcere. L'assenza di tracce di Dna riconducibile a Giulio Canella non ha permesso però il confronto. Nel tempo l’espressione “smemorato di Collegno” è entrata perfino nel linguaggio comune, diventando un modo di dire per indicare una persona distratta o chi finge di non capire.

Il centenario: un anno per rileggere la storia            

A cento anni dal 10 marzo 1926, Collegno ha deciso di tornare a interrogarsi su quella storia con un progetto culturale ampio e articolato. La rassegna fortemente voluta dalla città, dal Sindaco Matteo Cavallone e dalla sua Giunta, e curata dal direttore scientifico Fabrizio Boscaglia, prevede un anno di appuntamenti culturali che ripercorreranno non solo il mistero dell’uomo senza memoria, ma anche il contesto storico, sociale e culturale che lo rese un fenomeno mediatico internazionale. In programma incontri con studiosi, spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche, mostre fotografiche e visite guidate nell’ex manicomio. Tra gli ospiti delle iniziative è atteso anche lo scrittore Carlo Lucarelli, che il 7 giugno racconterà la vicenda attraverso nuove ricerche storiche e retroscena emersi negli ultimi anni.

Uno degli eventi simbolo è il calendario artistico dedicato allo Smemorato, realizzato dal fotografo Michele D’Ottavio. Le dodici immagini che lo compongono nascono dalla rielaborazione delle fotografie custodite presso il Centro di Documentazione sulla Psichiatria dell’Asl To3 ospitato nei locali del Padiglione 8 dell’ex Ospedale Psichiatrico della Certosa di Collegno, dove è conservata tutta la memoria documentale della vicenda, compresa la cartella clinica dello Smemorato.

Chiostri della Certosa di Collegno

Un viaggio tra storia e turismo culturale

Dopo le soppressioni napoleoniche degli Ordini religiosi, nel 1853 la Certosa cambiò funzione. Nel corso del XIX secolo fu trasformata in Regio Manicomio di Torino, uno dei più grandi ospedali psichiatrici del Nord Italia. Per oltre un secolo accolse migliaia di pazienti. L’architettura monastica – con chiostri, porticati, cortili, la Chiesa della Ss. Annunziata, le tombe dei Cavalieri della Ss. Annunziata e l’Aula Hospitalis – si adattò alle nuove funzioni, con padiglioni separati disposti a pettine e ampi spazi verdi collegati da lunghi corridoi.

Oggi la Certosa ha conosciuto una nuova trasformazione. Dopo la chiusura dell’ospedale psichiatrico, gran parte degli edifici è stata recuperata e restituita alla città. I padiglioni ospitano spazi culturali, archivi, associazioni e centri di ricerca, mentre i viali alberati sono diventati un grande parco urbano frequentato da cittadini e visitatori. Passeggiare tra i chiostri e i viali alberati significa attraversare secoli di storia e seguire le tracce di una vicenda che ha segnato l’immaginario italiano.

Per chi ama il turismo culturale, il centenario rappresenta anche l’occasione perfetta per scoprire Collegno, dove sorge lo storico Villaggio Leumann. Per comprendere fino in fondo la vicenda dello Smemorato è necessario soffermarsi soprattutto sul luogo in cui ebbe origine, la Certosa, uno dei complessi architettonici più significativi del territorio torinese. L’edificio fu commissionato nel 1641 da Maria Cristina di Francia, vedova di Vittoria Amedeo I, all’ingegnere Maurizio Valperga, sul modello della Grande Chartreuse di Grenoble come monastero certosino. Ampliato da Filippo Juvarra, immerso nella campagna piemontese, era pensato come spazio di silenzio e contemplazione.

Perché lo Smemorato di Collegno non è soltanto un enigma giudiziario del passato. È una storia che continua a porre domande profonde sul rapporto tra identità, memoria e verità. Forse, proprio per questo, a cento anni di distanza non ha ancora smesso di affascinarci.

L'ingresso della Certosa di Collegno