La biografia di Freya Stark sembra un romanzo d’appendice. Nata a Parigi nel 1893 da madre italiana di origini polacche e padre inglese, entrambi aspiranti artisti, Freya trascorre lunghi periodi della sua vita in Italia. È la madre che, dopo la separazione del marito, sceglie prima Asolo, oggi Bandiera Arancione TCI in provincia di Belluno, e poi Dronero (Cn) come luoghi di residenza.

A 12 anni la vita le lascia un primo segno. Si avvicina troppo a un macchinario meccanico e le si incastrano i capelli, un orecchio e parte della guancia. Viene ricoverata all'ospedale di Torino e solo un innovativo intervento di chirurgia plastica, per essere agli inizi del Novecento, le salva la vita e la faccia. Nei lunghi e noiosi mesi di convalescenza comincia a innamorarsi delle mappe dei Paesi del mondo che studia come se dovesse partire per chi sa dove l'indomani. Quelle mappe rimangono impresse nella mente di Freya che scrisse in seguito: “Mi prende un guizzo di follia ogni volta che vedo una buona mappa”. 

Dovrà aspettare molti anni prima di vedere dal vivo quei luoghi immaginati osservando le mappe. Nel frattempo si mette a studiare l’arabo. Per sette anni. Quando nel 1927 finalmente riesce a partire per Beirut, in Libano, ha 34 anni. La comunità europea a Beirut è principalmente composta da missionari protestanti accorsi per fare proseliti, ma a Freya non interessano. Vuole conoscere gli arabi e stare con loro. Ogni giorno cammina per ore, si inerpica sui colli intorno alla città ricordando le lunghe passeggiate che faceva col padre sulle Dolomiti.

Un francobollo inglese che celebra l'esploratrice inglese (foto Shutterstock).

Visita il deserto per la prima volta, lo fotografa e ne scrive. È in estasi. Prosegue per la Siria, l’Iraq, l’Iran. Sempre sola, sempre con poco bagaglio ma sempre con la curiosità e le macchine fotografiche. Quando torna in Inghilterra o in Italia è solo per lo stretto necessario, per pubblicare i suoi libri come The Valleys of Assassins (1934), Winter in Arabia (1940), Letters from Syria (1942) di cui alcuni tradotti in italiano in questi anni. Riceve anche un riconoscimento dalla Royal Geographical Society.

A ogni esplorazione archeologica unisce un grande interesse per le popolazioni locali con le quali le lunghe ore di studio dell’arabo tornano utilissime. Riesce a entrare nelle case e in contatto con le donne che la ospitano e non si fanno problemi a raccontare le loro vite e abitudini quotidiane. E poi va, e continua ad andare.

Architetture dello Yemen (foto Shutterstock)

«Ero giunta alle case fortificate, all’antico, rozzo palazzo dei Sultani di Azzan. Senza dubbio ero la prima donna europea che avesse mai messo piede in quella regione pressoché ignota». Inizia così il racconto pubblicato nel gennaio del 1950 su Le vie del mondo, la rivista mensile del Touring Club Italiano, e intitolato Una carovana nell’Arabia del Sud. Freya viaggia tra briganti e tribù nomadi, immortala città yemenite ora distrutte dalla guerra, attraversa il deserto e arriva fino alle coste dell’Oceano Indiano. Racconta tutto nei dettagli, con entusiasmo e un’energia inaspettate per una signora inglese di 57 anni.

Il centro di Asolo (foto Shutterstock)

Donna inquieta e con lo spirito d’avventura mai sopito, continua a viaggiare. L’ultima grande spedizione è del 1968 in Afghanistan a 75 anni. A quel punto decide di fermarsi ad Asolo dove vivrà fino alla morte avvenuta nel 1993 all’età di 100 anni. Nel piccolo comune del bellunese hanno allestito nel Museo Civico La Stanza di Freya con alcuni suoi cimeli e foto per raccontare la sua vita. Una vita che sembra un romanzo di viaggio lungo un secolo.