Dalla rivistalibro MAPPE 08, intitolata Adriatico, un estratto del racconto di Elvira Mujčić. Scrittrice e traduttrice bosniaca naturalizzata italiana, è nata in Serbia, ha vissuto in Bosnia, in Croazia e infine a Roma, dove vive. Tra i titoli più recenti, ha pubblicato per Elliot Dieci prugne ai fascisti (2016)
e Consigli per essere un bravo immigrato (2019), La buona condotta
(Crocetti 2023) e La stagione che non c’era (Guanda 2025).

PIEDI BEN RADICATI NEL NOVECENTO E FAMILIARITÀ CON LE FRONTIERE: DUE AMICHE PARTONO PER UN’ISOLA DESERTA, IN ISTRIA. OBIETTIVO, UN FESTIVAL TEATRALE CHE METTE INSIEME LE GENTI E I COCCI DI UN PAESE CHE NON C’È PIÙ. QUANTO CI VUOLE PERCHÉ DI UN MONDO NON RIMANGA NESSUNA TRACCIA?
Rallentiamo, i finestrini sono abbassati, passando accanto al casello doganale di Plovanija quasi ci fermiamo e incrociamo lo sguardo di un poliziotto dall’espressione scocciata che, roteando con la mano, ci fa segno di proseguire. Abbiamo superato il secondo confine, a poca distanza dal primo, con il solito timore irragionevole di chi dubita di sé stesso e sospetta sempre di avere qualcosa di sbagliato da dover giustificare. Traversie e vissuti diversi, entrambe abbiamo i piedi ben radicati nel Novecento e una familiarità estenuante con i controlli di frontiera e l’imprevedibilità del viaggio a causa delle lunghe soste di perquisizione.
Ci eravamo illuse che almeno quassù a questo punto della Storia i confini fossero stati aboliti sul serio. Invece mesi prima, per dissesti geopolitici più a est, il trattato di Schengen era stato di nuovo sospeso e l’euforia dei croati e degli sloveni per essere finalmente diventati europei ed essersi scrollati di dosso l’ombra dei Balcani era stata una meteora fugace. Una chiara dimostrazione che questi territori sono perennemente in bilico, mai del tutto legittimati, sempre soggetti a verifica e ispezione, nell’immaginario comune un’inesauribile fonte di pericolo.
Ricontrolliamo l’itinerario sul navigatore del cellulare: solo vie secondarie, perché Barbara non vuole in maniera più assoluta ritrovarsi per errore su qualche superstrada, non vuole essere costretta ad andare a una velocità superiore ai 50, al massimo 60 chilometri all’ora. Mi sistemo sul sedile, appoggio la testa, allungo le gambe e lascio che lo sguardo scivoli sui paesaggi che ci vengono incontro. Una buona volta posso godermi l’Istria, mi dico.
Se non fosse stato per il Teatro Ulysses e per Barbara chissà se avrei mai preso in considerazione questa latitudine del mar Adriatico. La Croazia che ho frequentato io sin da bambina è molto più giù, al confine con la Bosnia ed Erzegovina, è il Jadransko more dove prima del 1992 si riversavano in massa le famigliole bosniache e dove dopo il 1992 le stesse erano accorse in fuga dalla guerra, speranzose di trovare un briciolo di spensieratezza delle estati passate su quelle rive.
Al contrario, dal giorno alla notte, avevano imparato sulla propria pelle come cambia la vita quando da turisti ci si riduce a profughi. Per oggi basta frontiere, annuncia Barbara che in questo territorio di confine è nata e passeggia con naturalezza tra una soglia e l’altra, tra una lingua e l’altra, senza avvertire il panico dello spaesamento, ma l’ebrezza di poter essere tante Barbara diverse. «Non assomiglia alla tua Dalmazia, vero?» domanda. «Non saprei, c’è qualcosa, ma mi sfugge…» (...)
MAPPE/Adriatico - Il mare di mezzo
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