Il 22 agosto l'uomo ha consumato tutte le risorse biologiche che gli ecosistemi naturali del Pianeta possono rinnovare nel corso dell'intero anno. Da oggi in poi attingiamo ad energie che il nostro sistema non può rigenerare in autonomia. In pratica, da oggi in poi tagliamo gli alberi prima che diventino adulti, emettiamo più carbonio nell’atmosfera di quanto le foreste siano in grado di assorbire, peschiamo più pesce di quanto gli ecosistemi siano in grado di rigenerarli. E così via. La definizione tecnica di questa “spia” che dovrebbe allarmarci tutti è l'Overshoot Day. 
 
La buona notizia è che in questo 2020 segnato dalla pandemia da Covid-19 l’overshoot è arrivato un mese dopo il 29 luglio dello scorso anno: è il migliore dato rilevato negli ultimi 15 anni, nel 2005, infatti, cadde il 25 di agosto. Ma se da una parte abbiamo riscontrato un guadagno ambientale, il rovescio della medaglia preoccupa molto, perché riguarda le cause che hanno portato alla crisi sanitaria mondiale e alla conseguente crisi economica. 
A fare il punto è il Piano di emergenza planetario 2.0 (presentato all’Onu nel 2019 e redatto dal Club di Roma e dal Global footprint network) aggiornato proprio per includere approfondimenti sulla pandemia. Il piano prevede dieci impegni per proteggere i beni comuni e i beni pubblici globali, nonché dieci azioni di trasformazione essenziali per guidare il cambiamento dei sistemi e stabilizzare la terra. 

 
Covid-19, si legge nella premessa del piano, “ha messo a nudo le nostre vulnerabilità e ha rafforzato le ragioni dell’emergenza di agire. Viviamo in un mondo sempre più turbolento con pressioni in aumento sulle persone e sul pianeta che innescano shock estremi, come focolai di malattie, siccità, inondazioni e ondate di caldo. Stiamo vivendo oltre la capacità di carico del pianeta, mettendo i sistemi umani in rotta di collisione con sistemi naturali di cui facciamo parte”.
 
Covid-19, aggiungono gli autori del report, “è solo una pandemia in una serie di crescenti focolai di malattie infettive nel corso dei decenni passati, che vanno da Ebola e Sars, all’influenza aviaria. Tutte sono state causate dalla diffusione del virus dalla fauna selvatica e dagli animali domestici all’uomo, probabilmente innescata dal degrado umano degli ecosistemi naturali e rafforzato da tanti viaggi globali, dal commercio di fauna selvatica e dalla densità della popolazione. La ripresa dalla pandemia ci offre un momento di trasformazione in un momento critico per la nostra specie”.
 
COME USCIRE DALL’EMERGENZA
Gli autori del report indicano una via per uscire dall’emergenza, una strategia che ha un orizzonte almeno decennale per  realizzare gli obiettivi dell’accordo di Parigi e scongiurare future pandemie. Tra gli impegni improrogabili c’è quello di “introdurre strumenti politici e strumenti finanziari per sostenere le comunità dipendenti dai beni comuni – tra cui agricoltori locali silvicoltori – e migliorare la resilienza alle future pandemie e passare a un’agricoltura rigenerativa, sostenibile e altre pratiche di uso sostenibile del suolo. 
Ma anche “dichiarare entro il 2030 gli ecosistemi critici come beni comuni e aree protette – essenziali per il funzionamento di un pianeta stabile e attraverso un regime di amministrazione e responsabilità di tutti da gestire in modo sostenibile”. E ancora firmare una moratoria sull’esplorazione e lo sfruttamento di petrolio e gas artici, raddoppiare la capacità eolica e solare ogni quattro anni triplicando gli investimenti annuali e allocare almeno l’1% del Pil mondiale; creare meccanismi legali e di finanziamento che consento di garantire i propri diritti a tutte le comunità indigene. 
 

COME SI CALCOLA L'OVERSHOOT DAY
Traduciamo allora l’Overshoot Day in un più comprensibile “giorno del sovrasfruttamento”, che determina appunto il non avere più tempo per rigenerare gli ecosistemi. A darci segnale rosso è il Fondo Mondiale per la Natura (Wwf) e del Global Footprint Network. 
L'Overshoot Day si calcola confrontando l'impronta ecologica di ogni singolo cittadino con la biocapacità, cioè la capacità del Pianeta di rigenerare risorse naturali per ogni suo abitante. Secondo i ricercatori l'impronta ecologica include le aree biologicamente produttive necessarie a produrre cibo, fibre e legname che la popolazione di quel Paese consuma, ad assorbire i materiali di scarto, prodotti per generare l'energia che un Paese utilizza e a sostentare le infrastrutture che il Paese realizza.
INFORMAZIONI
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