La geopolitica è l’espressione del potere, il turismo è l’espressione della libertà. Libertà di muoversi, vedere, conoscere e farsi un’idea del mondo. Idea mediata, parziale, personale, ma pur sempre necessaria per prendere coscienza dell’altro e della sua cultura. Ma potere e libertà, si sa, non sempre vanno d’accordo. E dunque finisce che la geopolitica esce dalle discussioni tra esperti e irrompe nei telegiornali, diventando triste cronaca come accade in questi giorni di guerra. Guerra che ovviamente impatta sul turismo, direttamente per quel che riguarda le destinazioni coinvolte e i traffici di persone che passano per questi luoghi e, indirettamente, per quel che riguarda la percezione del rischio, reale o presunto.

«Il turismo è sempre stato il sismografo della geopolitica, reagisce quasi istantaneamente alle crisi e ne registra gli effetti prima di altri settori. Attentati, colpi di stato, ma anche catastrofi naturali come terremoti e alluvioni, impattano sui flussi e causano un crollo immediato» spiega Dino Gavinelli, docente di geografia all’Università Statale di Milano. Succedeva anche prima, ma oggi i tempi di reazione sono pari allo zero. «Rispetto al passato il turismo è pienamente inserito nella globalizzazione capitalistica, è diventato di massa e ha creato uno spazio sociale transnazionale, alimentato da molteplici attraversamenti di frontiere da parte di immagini, proposte, turisti e operatori», prosegue Gavinelli. Spazio che rispetto al passato risente di più delle crisi, che sono cambiate: più rapide, più raccontante, più mediatiche. «Il mondo si è fatto complesso, c’è una grande differenza tra il rischio reale legato alle guerre convenzionali, come quella in Ucraina, e quello percepito, legato invece a eventi particolari come un attentato o alle voci su operazioni future», spiega.

Se oggi come una volta nessuno, se non gli incoscienti, si sognerebbe di andare in vacanza in un Paese in guerra, il problema assume contorni più ampi e meno ben definiti. «Una cosa è parlare di conflitti e una cosa di tensioni di confine – spiega Paolo Magri, consigliere TCI e presidente del Comitato Scientifico dell’Ispi, l’Istituto Superiore di Politica Internazionale –. Negli ultimi mesi ci sono state tensioni tra India e Pakistan, ma anche tra Cambogia e Thailandia. Se al confine si spara e altrove la normalità è totale, quanto avviene non influisce sul resto del Paese e sul turismo. C’è una divaricazione assoluta tra la propaganda sulle Tv locali e la quotidianità che registra il turista, che infatti continua a frequentare quei Paesi». 

Ma la geopolitica non impatta sul turismo soltanto in occasione di scontri armati tra Paesi, influisce in modi molteplici. «Il caso più eclatante e di lunga durata – prosegue Magri – sono gli attentati dell’11 settembre, che non solo nel breve periodo causarono il crollo del traffico aereo, ma tutt’ora influenzano il nostro modo di viaggiare, con l’aumento esponenziale dei controlli di sicurezza». 

Sicurezza vera o presunta

La percezione di sicurezza di un Paese è il grande barometro delle scelte dei viaggiatori. Percezione che spesso eccede la realtà. «Nel 2011 le primavere arabe e la successiva ondata di terrorismo nella regione, culminata con gli attentati al Museo del Bardo a Tunisi, ha causato un crollo del turismo in tutto il Nordafrica – spiega Magri –. Turismo che in alcuni di quei Paesi, soprattutto Tunisia ed Egitto, era più di massa, legato al mare, e dunque ha scontato una maggior lentezza di ripresa, rispetto a un turismo più sofisticato che più velocemente si aggiusta al cambio di situazione». 

Anche se, va detto, negli ultimi tempi i viaggiatori italiani sembrano essere più attenti a quel che succede nel mondo e, a loro modo, più reattivi e meno impressionabili. Anche perché sulla reputazione di un luogo influiscono molteplici aspetti, tra cui una certa ignoranza geografica diffusa. La stessa per cui quel che è successo a Gaza e in Israele dopo il 7 ottobre 2023 ha impattato terribilmente anche sulla vicina e tranquillissima Giordania, che suo malgrado si trova sempre in mezzo ai sommovimenti geopolitici del Medio Oriente. Nel 2024 ha visto un crollo degli arrivi del 35%, ma già nel 2025 c’è stata una netta ripresa (+14,7% secondo la Banca Centrale Giordana), a conferma del fatto che i cicli di caduta e risalita si sono velocizzati.

Ma se attacchi terroristici, scontri di confine e guerre sono fatti concreti – con morti, feriti e masse di rifugiati – davanti a cui è difficile non fermarsi a pensare se sia opportuno partire o meno, c’è un altro tema importante: riguarda il giudizio verso i luoghi e le persone che li abitano e, soprattutto, governano. E va molto aldilà della realtà fattuale. «Quello che riguarda gli Stati Uniti oggi è un tema di percezione di arroganza del potere, che non incentiva al viaggio – commenta Magri –. Non per rischi concreti, ma perché quel che sta accadendo proietta in molti viaggiatori di quelli diciamo “sofisticati” un’idea di respingimento». 

Il boicottaggio turistico, una scelta possibile?

E anche se raramente si boicotta apertamente un Paese per via del suo governo, singolarmente ognuno sceglie se andare o meno. «È una scelta che ha a che fare con l’etica – spiega Corrado del Bò, giurista, autore qualche anno fa di Etica del turismo – e riguarda anche il campo turistico, i comportamenti delle persone. Per cui ognuno, anche se non esistono divieti o boicottaggi espliciti, pensa che ci siano buone ragioni morali per non andare in un Paese anziché in un altro. Sono ragioni controvertibili, scelte di carattere etico-politico che hanno a che fare con i comportamenti personali». Ma, indubbiamente, la somma di tanti singoli che fanno una scelta spesso finisce per incidere sul mercato. 

È quel che è successo lo scorso anno con gli Stati Uniti, che hanno registrato un -6% negli arrivi dall’estero. E le proiezioni per il 2026 non sono rosee: nonostante i 250 anni dell’indipendenza e i Mondiali di calcio, secondo una proiezione del World Travel & Tourism Council ci potrebbe essere un ulteriore calo, nell’ordine del 24%, per via della proposta – lo scorso dicembre – dell’Homeland Security Department di scrutinare gli ultimi 5 anni di attività sui social media a chi richiede l’Esta. E se gli Stati Uniti sono il caso più eclatante di questi mesi, c’è chi decide che non vuole più andare in Israele dopo quel che è successo a Gaza, chi si tiene alla larga da Cuba, chi non ha in simpatia le autocrazie e dunque evita di andare in Iran, Turchia oppure in Ungheria. 

E poi c’è chi invece sceglie di visitare dittature  conclamate, come la Corea del Nord, o Paesi non certo democratici, tra cui l’Afghanistan. «Destinazioni di nicchia, che però esercitano un loro richiamo per una fascia di viaggiatori appassionati di luoghi scomodi o che magari hanno già visto tanto», racconta Stefano Berra, fondatore di Piste Nomadi, piccolo tour operator che ha in catalogo posti come Turkmenistan, Cecenia e Caucaso russo, Pakistan e Iraq. «Il mercato in tante destinazioni è saturo, c’è sempre bisogno di altre mete da mettere sulle mappe. Noi dal 2023, appena la situazione si è fatta tranquilla siamo andati in Iraq, che per anni è stato il Paese più pericoloso del mondo e oggi è una destinazione sicura» dice. «Eppure anche se è facile e sicuro andare, il rischio percepito è ancora alto perché in questo caso la memoria di quel che è successo dalla guerra del Golfo a oggi è ancora viva», spiega Gavinelli.

«E infatti la nostra difficoltà – prosegue Berra – è tranquillizzare, spiegare che serve qualche accortezza, molta capacità di adattarsi perché è un Paese che si deve ricostruire. E comunque c’è l’assicurazione internazionale che copre ogni cosa, non si parte da incoscienti. Però l’esperienza ripaga e poi, con il passaparola, crescono i numeri». Così la prossima possibile destinazione per i gruppi di Piste Nomadi potrebbe essere l’Afghanistan. 

Il che conduce la riflessione su un altro aspetto della relazione tra turismo e geopolitica. «Luoghi di guerra recente, governati da dittature, che diventano mete turistiche, rendono oggetto di svago e diletto luoghi di sofferenza, sono eticamente accettabili? O andrebbero boicottate perché sono Paesi responsabili di violazioni dei diritti umani?», si chiede Del Bò. Il boicottaggio su basi etiche, se non coinvolge tour operator e governi, si è visto, funziona poco. E poi il turismo, che vale oltre il 10% del Pil mondiale, è diventato troppo importante nel contesto internazionale. «Il turismo – spiega Gavinelli – subisce gli scossoni geopolitici, ma è esso stesso un agente di cambiamento dei luoghi. A parte le persone che viaggiano perché subiscono il fascino dei contesti instabili, c’è tutto un discorso legato a turismo come soft power, ovvero mezzo per costruire un’immagine nuova di un Paese, conquistare legittimità, stabilire alleanze». Allora il turismo diventa una forma di diplomazia, come dimostrano gli investimenti per attrarre visitatori prima da parte dei Paesi del Golfo e oggi dell’Arabia Saudita. Poi, e qui si torna all'etica, ognuno è libero di scegliere se andare o meno ovunque nel mondo. 

E allora si arriva a una riflessione sul senso stesso del viaggiare per diletto. «In questi casi l’esempio che si fa sempre è la Birmania, verso cui anni fa c’era stato un invito a boicottarla. Noi invece l’abbiamo sempre proposta – racconta Peci –, perché siamo convinti che il turismo porti libertà, distribuendo denaro a tutti i livelli della società, anche bassi: autisti, guide, camerieri. Sono tante le persone coinvolte che ricevono un beneficio economico e si aprono a una forma di confronto». Da sempre il turismo è un seme di conoscenza, un ottimo modo per rompere l’isolamento, far circolare le idee e aiutare i popoli, ma può essere anche l’esatto contrario.

Ciò che conta allora è l’attitudine con cui ognuno di noi intraprende il proprio viaggio. Se il turista, come scriveva il filosofo Tzvetan Todorov, è solo «un visitatore frettoloso che preferisce i monumenti agli esseri umani», allora è meglio che stia a casa. Se invece è interessato a capire, non solo a vedere, che parta; ricordandosi di dare un occhio alla situazione geopolitica.

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