Quella appena passata è stata l’estate del bombolone. Inteso come il krapfen alla crema servito al rifugio Friedrich August, in Val di Fassa, ai piedi del versante trentino del Sassolungo, nelle Dolomiti. Tre euro, tanta crema alla vaniglia e una passeggiata di una ventina di minuti da parcheggio più vicino per raggiungere i 2.300 metri di quota del rifugio e gustarlo. Bombolone che non ha fatto parlare di sé per la qualità, ottima (è fritto al momento), ma per le lunghe code per acquistarlo che hanno fatto il giro del web, grazie a questo video che ha ottenuto 38 milioni di visualizzazioni. Risultato? Code che generano altre code, per quel meccanismo di emulazione che sembra governare le scelte di tanti quando si parla di scegliere come impiegare il tempo delle proprie vacanze. E invitano a riflettere sul turismo al tempo dei social. 

Il post su Instagram dedicato ai bomboloni del rifugio August divenuto virale.

Perché se questa volta è il krapfen d’alta quota, un’altra volta erano e le “Maldive a due ore da Milano”, ovvero le pozze dall’acqua verde smeraldo nelle gole della Val Verzasca, vallata del Canton Ticino, in Svizzera. Vallata che diventando virale è stata presa d’assalto, anche se l’acqua, pur verde, è gelida. Prima ancora era stato il lago di Braies, che tra successi di serie televisive e scatti virali con tanto di barchetta è letteralmente invaso di turisti tanto che si è arrivati a imporre numero chiuso. Ordinarie storie di overtourism ai tempi dei social che toccano il Como Lake, le Cinque Terre, le Tre Cime di Lavaredo e altre dozzine di luoghi in Italia e non. Una crescita esponenziale di arrivi che generano arrivi che sembra inarrestabile. Luoghi ormai affollati di turisti non soltanto per il loro valore reale, ma soprattutto per il potenziale di riproducibilità. 

Le pozze della Val Verzasca / foto di Shutterstock

"Il 48% dei viaggiatori sceglie seguendo Instagram e Tik Tok"

Secondo una ricerca condotta questa estate dalla compagnia tedesca Tui, il più grande gruppo turistico al mondo, il 48% dei viaggiatori per scegliere la destinazione delle vacanze cerca ispirazione attraverso i social media, che superano il tradizionale passaparola di amici e parenti che muove il 40% delle persone. Oltrepassando in parte quel ruolo di mediazione storicamente delle guide di viaggio e delle riviste turistiche. Ma se l’ispirazione sembra ancora qualcosa di vago, perché gli stimoli per fortuna sono comunque molteplici, il dato significativo della ricerca, questo sì assai concreto, è un altro e dice che il 43% delle persone prenota un’esperienza turistica dopo aver visto un contenuto (un post o un video) divenuto virale. Una tendenza particolarmente forte tra Millennials e Gen Z: il 52% dichiara di prenotare dopo aver visto un video su Tik Tok, piattaforma dove i contenuti legati al turismo sono cresciuti del 410% in 4 anni. E anche se non prenota, il 37% dei viaggiatori confessa che preferisce visitare luoghi diventati virali su Instagram o Tik Tok, piuttosto che quelli non “visti” attraverso la lente deformata delle piattaforme. 

Selfie all'ora del tramonto a Oia, sull'isola di Santorini / foto di Shutterstock

Il turismo dei selfie

Considerando che gli utenti unici mensili di Instagram superano i 2 miliardi (in Italia sono circa 40 milioni) e che gli hastag con la parola “#travel” – 500 milioni – sono i più frequenti dopo “#love”, si tratta di una marea di persone in potenziale movimento. Si spiegano così casi eclatanti, come quello della chiesa di S. Ignazio di Loyola, a Campo Marzio, a Roma. Dove ogni santo giorno c’è una lunga coda, non per la chiesa in sé (che è lì da secoli e non era mai entrata nei circuiti turistici), ma perché grazie a uno specchio istallato una dozzina di anni fa si riescono a girare suggestivi video che spopolano su Tik Tok con la finta cupola di Andrea Pozzo riflessa come sfondo, che grazie a un gioco di prospettiva amplificato dallo specchio dà l’idea di uno spazio infinito. Così infinito che per soddisfare tutti l’orario di apertura è stato allungato alle 23 e i Gesuiti hanno iniziato a far pagare 1 euro per ogni selfie.  

Storia che fa riflettere sul turismo del selfie, il modo in cui ormai si “consuma” il tempo del viaggio: rapido, compulsivo, ipervisuale e, soprattutto, condivisibile. Al punto che il 39% delle persone ammette che hanno visitato un sito turistico soprattutto per scattare una foto o girare un video da condividere, concentrandosi nei “punti di interesse” o photospot in modo da poterli cancellare dalla loro immancabile checklist. Del resto l’annuale ricerca Global Travel Trendsdi American Express, evidenzia come oltre il 75% dei Millennials e della Gen Z prima di partire ha già deciso dove andare, cosa vedere e perfino cosa mangiare, perché la scelta si basa ovviamente su quel che è diventato virale sul web. 

Selfie alla Basilica romana di Sant'Ignazio

Il Touring e l’uso ragionato dei social

Giostra apparentemente senza fine su cui il Touring Club Italiano sceglie consapevolmente di non salire, in linea con la sua storia fatta di conoscenza dell’Italia e cura del Patrimonio. Così il Touring nella gestione delle sua pagine social su Instagram e Facebook preferisce non inseguire continuando a raccontare, come nella rivista e nelle sue pubblicazioni, un altro modo di viaggiare, attento e ragionato, fuori dalle rotte più battute. Perché viaggiare significa conoscere un territorio, comprenderne l’identità, incontrare le comunità che lo abitano e scegliere di attraversarle con rispetto e consapevolezza. Attività che durano molto più che l’istante di uno scatto. Il che non vuol dire non aggiornare i modi del racconto oppure non utilizzare le ultime novità digitali, come l’intelligenza artificiale che è alla base di myTOURING, la guida turistica virtuale con cui partire alla scoperta d’Italia. Ma coltivare la consapevolezza che ogni viaggio lascia una traccia fatta di rispetto per le comunità, attenzione al patrimonio e cura dell’ambiente. Tracce sul terreno, ma anche in rete, perché anche degli effetti della nostra presenza digitale siamo direttamente responsabili.

Effetto Chalamet: le campagne #notag

Una consapevolezza che inizia a diffondersi, perché come spesso accade, l’orgia di condivisioni suscita un riflusso: c’è chi dice basta. A parte la quota minoritaria di non utenti dei social, c’è chi – consapevole che dire no ai social è una campagna antistorica – invita perlomeno a non taggare i luoghi postati. Campagna che prende corpo se a farlo sono personaggi famosi i cui post sono visti da milioni di follower che scelgono per una volta di non taggare i luoghi che visitano, non fornendo dettagli (inquadrature strette, luoghi non esibiti) che li rendano facilmente localizzabili.

Timothéé Chalamet sulle Dolomiti con il padre.

In quest’estate di bomboloni e assalto alle Dolomiti, ha fatto clamore la scelta – volontaria o meno non è dato saperlo – dell’attore Timothéé Chalamet che andando in vacanza con il padre si è limitato a postare Escursione con papà nelle Dolomiti, senza dare riferimenti precisi e pubblicando su Instagram (dove ha 21 milioni di follower) un carosello di immagini dove il paesaggio è vagamente riconoscibile che ha ricevuto 5,1 milioni di likes. La prossima volta che postate qualcosa, pensateci un attimo.

Il viaggio continua in A tu per Touring

Code per un bombolone, pozze prese d'assalto, selfie a pagamento: il turismo dei social ci interroga su che viaggiatori vogliamo essere. Di questo si parla anche in A tu per Touring, la newsletter del Touring che all’inizio di ogni mese arriva comodamente nella tua mail.
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