Le estati sono sempre più lunghe e calde, e le città rischiano di diventare trappole di calore. Piantare alberi non basta: bisogna restituire strade, piazze e suoli alla natura. È la direzione indicata dalla Nature Restoration Law, il regolamento europeo che il Touring contribuisce a far conoscere con il progetto Obiettivo Ripristino Natura. Sul numero di novembre di Touring Tino Mantarro racconta come Parigi, Medellín, Stoccarda e Genova stanno ripensando lo spazio urbano. Eccone alcuni estratti.

Là dove c’era l’erba, ora c’è...

di Tino Mantarro

Il primo giorno di agosto del 2003 era venerdì, e a Parigi lo ricordano in tanti. Ricordano bene anche il 2, il 3 e tutti i giorni seguenti almeno fino a Ferragosto. Erano i giorni della grande canicule, quelli in cui la capitale francese ha scoperto il caldo. In tutta Europa quell’anno si registrarono 40mila morti legate all’ondata di calore, in Francia 15mila, a Parigi l’aumento del tasso di mortalità fu del 190 per cento. [...] Quella fu l’estate peggiore dal 1873, si disse allora, ma è stata superata da quella appena trascorsa, un’estate che è durata quattro mesi.

«Per i francesi fu uno choc, si resero conto che qualcosa bisognava fare, perché la situazione si sarebbe riproposta», spiega Paola Viganò, architetto, docente nelle università di Venezia e Losanna, curatrice dell’Atlas de paysages de Paris commissionato dal governo francese. Ma nella vita gli choc servono, se si è capaci di trarne insegnamento.

Non basta contare gli alberi

Ma non è solo semplicemente moltiplicando il numero di alberi che si cambiano le cose. «La piantumazione, specie se fatta in emergenza, non è la sola soluzione – spiega Marco Tononi, professore associato in Geografia economica e politica dell’Università di Bergamo –. Non conta tanto “quanti ne ho messi”, bisogna piuttosto capire dove li metto, come li curo e come creo degli ecosistemi interconnessi che ricostruiscono zone naturali in ambienti urbani dove prima c’erano». A Medellín, in Colombia, in pochi anni sono state piantate duecentomila piante per creare immensi corridoi verdi che hanno abbassato la temperatura di tre gradi. A Stoccarda è stata creata la Grüne U, un anello verde di 8 chilometri che unisce i sei grandi parchi cittadini riducendo l’effetto isola di calore.

Parigi, strada per strada

Per quel che riguarda l’adattamento delle città ai problemi climatici, la capitale francese con il programma Paris s’adapte è caposcuola. «L’ex sindaca Anne Hidalgo nei dodici anni del suo mandato ha spinto nella direzione dell’adattamento climatico dello spazio urbano e lo ha fatto in modo sistematico. Non una piazza e qualche misura simbolica: ha agito strada per strada, a pacchetti di centinaia di vie, con una grammatica di interventi semplici, togliendo asfalto, piantando alberi, liberando superfici occupate da altro per farne spazi verdi, perché questo crea una differenza di molti gradi».

Nel farlo ha precorso le direttive della Nature Restoration Law dell’Unione europea, che all’articolo 8 stabilisce obiettivi vincolanti per incrementare spazi verdi e alberi negli ambiti urbani, ambiti che coprono il 22% della superficie dell’Unione, e ben il 38% in Italia. L’obiettivo è scongiurare la perdita netta di spazi verdi e copertura della volta arborea da qui al 2030, per poi aumentarli progressivamente.

Togliere cemento, ritrovare l’acqua

I settori in cui intervenire per rinaturalizzare le città sono infiniti: tra i più importanti i suoli, che vanno resi di nuovo permeabili rimuovendo cemento e asfalto, che fanno impennare le temperature fino a 7 gradi rispetto a un terreno “libero”. In Italia una misura in questo senso l’ha adottata il Comune di Genova, che per primo la scorsa primavera ha introdotto la depavimentazione nel proprio Piano Urbanistico Comunale.

«Dobbiamo anche ripensare la nostra relazione con l’acqua – spiega Viganò –. Bisogna migliorarne la qualità, renderla accessibile a tutti, come in Svizzera dove c’è quasi sempre un lago o un fiume dove bagnarsi, o grandi fontane dove le persone si immergono. Le risorse naturali esistono anche nelle città, solo che vanno curate».

Oasi naturali, non rifugi d’emergenza

«Non abbiamo bisogno di rifugi climatici d’emergenza, come se il caldo fosse una catastrofe nucleare, ma di oasi naturali dentro la città dove vivere meglio», aggiunge Tononi. [...] Se non si procede con il cambiamento il caldo estivo diventerà un’emergenza pubblica e anche democratica, perché impatta su chi non può permettersi di fuggire in montagna o al fresco.

La città non è il luogo dove finisce la natura, ma quello in cui uomo e natura convivono.

Marco Tononi

L’articolo completo di Tino Mantarro, con l’approfondimento sullo studio del Joint Research Centre dedicato all’impatto della crisi climatica sul turismo, è su Touring di novembre 2026.

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