Antonio Polito è giornalista (è vicedirettore del Corriere della Sera), scrittore e... camminatore. Sul viaggiare a piedi ha scritto anche un libro, Le regole del cammino (Marsilio). Su Touring di aprile 2025 racconta il suo rapporto con il viaggio, le sue esperienze e le riflessioni fatte un passo dopo l’altro.

Ecco un estratto della sua intervista con Silvestro Serra, in cui racconta della sua passione per i Cammini.

«Mi è sempre piaciuto da morire camminare. Io sono cittadino, mi piace vivere in città ma ho dentro qualcosa che mi dilania tra l’attrazione per il paesino e il bisogno di stare dove succedono le cose. Se avessimo una organizzazione più adatta potremmo vivere nel paesino come fossimo in città. Con la tecnologia ti puoi collegare con il mondo. Che bisogno c’è di stare fisicamente in un centro urbano?

Mi piacciono i cammini lunghi, liberi, naturali, senza organizzazioni che ti portano i bagagli da una tappa all’altra. Devi arrivare in un posto con lo zaino sulle spalle e partire la mattina dopo con lo zaino sulle spalle. È trekking ed è fitness, anche dell’anima. Camminare mi dà una grande capacità di concentrazione. È una attività connessa al pensare. Cammino, dunque penso. 

L’uomo è l’unica specie vivente che cammina in posizione eretta e ha la testa mobile sul tronco. Mentre camminiamo guardiamo avanti e intorno; mentre tutti gli animali guardano a terra, noi abbiamo gli occhi rivolti all’orizzonte. E quando cammini, per ore non hai gente che ti parla. È una grande esperienza spirituale. Cammini in solitudine. Quando si cammina non si chiacchiera quasi mai. C’è anche un impegno fisico, tenere il ritmo. Si chiacchiera solo durante le soste. In fondo i cammini sono pellegrinaggi, tracciati costruiti sulla vita di un personaggio e sulle tracce di un viaggio spirituale.

In una faggeta, tra Soverato e Pizzo Calabro sul cammino "Calabria Coast to Coast"

L’anno scorso siamo andati da Fratta Polesine, vicino Rovigo, luogo natale di Giacomo Matteotti, a 100 anni dalla uccisione, fino a Borgo Valsugana in Trentino, il paese di Alcide De Gasperi, a 50 anni dalla morte (150 km, ndr). Abbiamo unito due date e due formidabili personaggi italiani del Novecento. È stato un pellegrinaggio non religioso ma spirituale che ci ha spinto a riflettere su modelli ed esperienze precedenti. 

Come si prepara prima di affrontare un cammino?

Attribuisco una grande importanza alla preparazione, alla scelta del cammino, allo studio delle tappe, dei luoghi: che cosa vado a vedere, che storia ha quel posto, perché quella canonica, chi ha affrescato la facciata di quel duomo... Anche la preparazione del cammino è un’esperienza intellettuale e spirituale.

Quali consigli darebbe a un camminatore?

Primo, di scegliere bene il cammino. Camminare non è come andare in palestra. Non è una sfida agonistica. Il cammino va studiato, scelto in base alla propria indole, a quello che ho letto, a quello che penso. 

Il secondo consiglio riguarda le scarpe: mai nuove. Ho visto che cosa è successo a chi si è messo in marcia con le scarpe nuove. Il cammino è uno di quelle occasioni in cui ci si accorge che il benessere parte dai piedi. 

Il terzo consiglio è di liberarsi del superfluo. Il cammino costringe a selezionare. Fare lo zaino è una metafora di quello che dovremmo fare tutti noi nella vita. Portarci appresso solo quello che veramente ci serve. Se sbagli sei fottuto. Se lo zaino è superiore a un certo peso soffri e diventa un tormento.