Dalla Valsugana alla Valle Incantata
Ci sono qualità nella vita che bisogna imparare a riconquistarsi. Una è la capacità di adattarsi al silenzio. Esperienza che si è persa, ormai, perché a trovarne di luoghi silenziosi.
Un buon posto per avviare questa necessaria rieducazione alla tranquillità è la Valle dei Mòcheni, in Trentino. Geograficamente è una vallata laterale di una valle laterale, la Valsugana, che nei fatti è laterale rispetto al corso dell’Adige e al capoluogo, Trento.
Nelle brochure turistiche di qualche anno fa questa vallata poco frequentata era chiamata la Valle Incantata, dove l’incanto era dovuto alla natura sovrabbondante: ai fianchi delle montagne coperti di boschi di larici, abeti e betulle, e punteggiati di masi antichi, in legno, contornati da pascoli e sormontante dalle vette alte, ma non altissime del massiccio del Lagorai.
Ma può anche darsi che quell’incanto nell’idea di chi l’ha coniato fosse dovuto più che alla natura che in Trentino in effetti abbonda, alle genti che abitano la valle: i Mòcheni. Una minoranza linguistica di discendenza tedesca, che per qualcuno vivevano in una dimensione temporale diversa, un po’ passata, un po’ fiabesca. Dimensione certo romantica, che si lega al loro essere quasi una sopravvivenza del passato, genti emigrate secoli fa e incastrate tra le montagne. Genti la cui storia si apprende visitando il Bersntoler Kulturinstitut, l’Istituto di cultura Mòcheno di Palù del Fèrsina, uno dei tre Comuni di lingua mòchena della vallata che ne porta il nome.

I Mòcheni, germani che migrarono nel medioevo, artigiani di immagini sacre e poi tessuti
«I Mòcheni sono coloni tedeschi che tra il XIII e XIV secolo si sono traferiti qui, chiamati dal signore feudale di Pergine per colonizzare questa vallata allora poco antropizzata. Non venivano tutti da un luogo preciso, ma dai territori di lingua tedesca del Tirolo, della Baviera e dei vicini altipiani Cimbri», spiega Leo Toller, storico in servizio al Bersntoler Kulturinstitut, dove una mostra permanente ne racconta la storia.
Da allora non se ne sono più andati, ma non hanno mai rinunciato a muoversi, verbo che in valle ha voluto dire migrazione, prima temporanea, poi stabile.
La vita qui non è mai stata semplice, l’economia era di sussistenza; così come è accaduto in tante altre povere vallate alpine, sul principio dell’inverno lasciavano casa per andare a fare gli ambulanti.
Ogni paese aveva la sua specializzazione, i krumer mòcheni – come venivano chiamati – commerciavano un prodotto particolare, immagini sacre dipinte su vetro, fabbricate nella zona a cavallo tra Boemia e Austria, e le andavano a vendere in tutto l’Impero Asburgico a piedi, perché così prevedeva il regolamento imperiale.
«Lo hanno fatto fino all’Ottocento, poi la moda delle immagini sacre è calata e si son messi a vendere tessuti», spiega.

Una valle ricoperta di boschi, e percorsa da tunnel e miniere
Tutte persone che hanno fatto delle Alpi non un confine, ma un ponte culturale per collegare vallate isolate con città lontane. Ponte percorso anche in senso inverso. «Negli stessi anni in cui i Mòcheni passavano gli inverni lontano, qui arrivarono altri tedeschi dalla Boemia e dalla Germania, minatori impiegati nelle miniere di rame e argento dell’alta valle, chiamati knoppen o canòpi – racconta David Toller, responsabile del Museo della miniera –. Ma la cosa curiosa è che non si mischiarono con i residenti, anzi tra agricoltori e minatori non correva buon sangue perché si contendevano il legno. I knoppen venivano con la famiglia e si fermavano solo per la stagione estiva, l’inverno bloccava l’estrazione. Una volta esaurite le vene minerarie, nel XVII secolo, non fecero più ritorno».
E viene da pensare allora che quell’idea di valle incantata abbia molto a che fare con queste storie di minatori, tunnel e boschi. Storie che racconta anche Robert Musil, lo scrittore austriaco, che per qualche mese durante la Prima guerra mondiale fu tenente di stanza nella valle (a lui è dedicato un itinerario turistico), nella quale ambientò la novella Grigia, che appunto parla di minatori, ma anche di amanti.

La miniera museo di Erdemolo
Una delle miniere è visitabile, e sta in cima alla valle, a Erdemolo, una località quasi a 1700 metri di altitudine, dove la strada finisce e non rimangono che alberi ritti come candele. Quasi a vigilare l’ingresso della miniera museo c’è la statua di un immenso minatore un po’ curvo, costruito con un intreccio di tubi di ferro e tavole di legno. L’ha realizzato lo scultore Paolo Vivian, residente a Palù.

Tanti sentieri tra masi, pascoli e boschi
La miniera è una delle cose da visitare in questo museo etnografico a cielo aperto che è la valle dei Mòcheni. Dipende dall’Istituto di cultura, così come la segheria veneziana e un mulino ad acqua, e il Maso Filzerhof – a Fierozzo –, utile per capire come era la vita ai tempi delle fotografie in bianco e nero. Sono alcune delle attrazioni di una valle che turistica in senso tradizionale non lo è mai stata. Non ci sono impianti di risalita funzionanti, e c’erano delle terme (a Sant’Orsola, fuori dalla comunità linguistica), ma hanno chiuso nel 1995.
Ci sono invece decine di sentieri tra pascoli e boschi – tra cui un tratto del sentiero europeo E5 che scende dal passo di Redebùs verso Palù e poi risale dal lato opposto –; una ciclabile che segue il Fersina; masi che offrono ospitalità e rifugi in quota, tra cui il Sette Selle nel Lagorai; oltre a un paio di alberghi dal gusto anni Settanta a Kamaovrunt, frazione di Frassilongo a 1326 metri d’altezza, 42 abitanti e una vista dominante sulla Valsugana e le Dolomiti di Brenta.
E poi ci sono i Mòcheni, con le loro tradizioni non ostentate, genuine, e una vita tranquilla che nel bene e nel male si è conservata. Come il silenzio di questa valle sobria, quasi spartana, molto naturale. Ettari di boschi di larici, abeti e betulle, chilometri di sentieri. Il luogo ideale dove imparare a riadattarsi al silenzio.
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