La misteriosa figura mascherata che correva sui tetti durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi ha incuriosito gli spettatori e reso omaggio a uno dei simboli di Parigi. Con la loro fisionomia inconfondibile e la loro particolare tonalità di grigio, i tetti parigini fanno parte dell’identità cittadina e testimoniano il savoir-faire degli artigiani locali, riconosciuto anche dall’Unesco. Amati dai turisti per il loro fascino bohémien, questi tetti si reinventano, diventando terrazze panoramiche o giardini aerei dove si coltivano piante e si raccoglie miele. Oggi sono a pieno titolo anche un’arma green contro la crisi climatica, seppur conservando intatta la loro immagine più romantica: quella della luce calda che filtra da una finestra aperta nella notte.
Tutto cominciò verso la metà del Cinquecento, quando un architetto francese – Pierre Lescot – incaricato di ricostruire un’ala del Palazzo reale del Louvre (quella che oggi porta il suo nome), ne modificò la copertura adottando un tetto a due falde spezzate, con la parte superiore quasi piatta. Quell’esperimento, che piacque molto, fu solo l’inizio. Il modello di tetto che oggi associamo immediatamente a Parigi venne sviluppato più tardi grazie agli architetti della famiglia Mansart, ai quali è dedicata una strada nel IX arrondissement. François, un secolo dopo Lescot, adottò questi tetti in molti dei suoi progetti; Jules Hardouin, primo architetto di Luigi XIV, li rese celebri. Divennero davvero popolari durante il Secondo Impero, soprattutto con i grandi lavori di trasformazione urbana diretti dal barone Haussmann nel XIX secolo. Fu allora che materiali come l’ardesia e lo zinco – più accessibili grazie alla rivoluzione industriale – iniziarono a ricoprire gran parte della città.

In breve, furono il rivestimento più utilizzato per le coperture a due falde spezzate che tanto piacevano agli architetti e che oggi caratterizzano lo skyline parigino. Secondo uno studio condotto nel 2022 dall’Atelier Parisien d’Urbanisme per conto del Consiglio di Parigi, il 78% dei 128mila tetti censiti è rivestito in zinco o in materiali analoghi. Un paesaggio urbano tanto particolare quanto esigente: nonostante la buona resistenza dello zinco, la conservazione dei tetti richiede una manutenzione specifica e l’intervento di maestranze specializzate. È stato proprio il savoir-faire artigianale legato ai tetti parigini a spingere Delphine Bürkli, sindaca del IX arrondissement, ad avviare il percorso durato dieci anni che ha portato nel dicembre scorso all’inserimento di questa arte nel patrimonio immateriale dell’Unesco. Con l’iscrizione ufficiale, le competenze dei couvreurs zingueurs (posatori e lamieristi o lattonieri) sono ormai riconosciute come pratiche culturali di grande valore da conservare, proteggere e trasmettere.

La città avanza a grandi passi verso l’obiettivo dei 150 ettari di verde urbano entro il 2026. Un obiettivo fissato nell’ottica di accelerare la transizione ecologica, migliorare la qualità della vita degli abitanti, favorire la biodiversità e agire concretamente: un tetto coltivato consente di trattenere l’acqua piovana, assorbire CO₂ e ridurre le temperature estive. A riprova, il citato studio dell’Apur conferma che, nel 2022, su 24mila tetti piani individuati, il 35% era già stato trasformato in spazi coltivati, con giardini e orti di varie dimensioni. Un risultato eccezionale, raggiunto grazie a un’azione su più fronti: dalla riconversione dei tetti degli edifici pubblici alla pubblicazione di una guida scaricabile dal sito del Comune, pensata per accompagnare i cittadini passo dopo passo.
A sud del centro, nei pressi della Porte de Versailles si trova Nature Urbaine, una vera e propria fattoria aerea. Quando venne inaugurata, nel 2020, rappresentava una vera novità: i pionieri di questa originale forma di agricoltura urbana avevano in mente di sensibilizzare, ma anche di dare avvio a un nuovo modello produttivo che combinava competenze tradizionali ma lontane dal territorio della capitale, con spazi fisici che sarebbero rimasti inutilizzati. Oggi, con i suoi 14mila mq, Nature Urbaine è la più grande fattoria aeroponica e idroponica d’Europa realizzata sui tetti di una capitale che così respira un po’ meglio. Ma non è certo l’unica: grazie anche al programma Parisculteurs sui tetti stanno fiorendo orti, serre e persino arnie.
La “quinta facciata degli edifici” fornisce una ulteriore prospettiva scenografica agli amanti del genere glam. Ma anche a chi sa quanto lo spazio sia prezioso, in questa città. Il rapporto tra prezzo al metro quadro e valore immobiliare ha certamente contribuito allo sfruttamento dei tetti trasformandoli in attrazioni turistiche e luoghi di socialità e di intrattenimento. Di recente ai tetti è stato dedicato anche un festival, Toi, toi, mon toit, che nella prima edizione ha registrato il tutto esaurito.
