A un certo punto, quasi con sorpresa, ti accorgi del silenzio. Non succede subito, non potrebbe, Milano è grande, il rumore pervasivo e onnipresente, così insistente che rimane sempre in sottofondo, sospeso come una nuvolaccia. Eppure nei pressi dell’Abbazia di Chiaravalle dopo aver attraversato il parco della Vettabbia, ci si accorge che c’è qualcosa di diverso, insolito: l’assenza di rumore.

Milano si può scoprire da un’altra prospettiva, agricola e spirituale. Perché c’è un dato che sfugge ai più: il capoluogo lombardo è la seconda città italiana per superficie coltivata, 2.900 ettari su 18mila di superficie. Tradizione agricola che viene da lontano, da quando gli Ordini monastici si insediarono sul territorio nell’XI e XII secolo e intrapresero la trasformazione in senso produttivo della pianura.

Per cui il paesaggio agricolo va a braccetto con il gran numero di abbazie che circondano Milano, alcune delle quali unite dalla Strada delle Abbazie: oltre cento chilometri da percorrere in sei giorni, o spezzettare per una gita davvero fuori porta, alla ricerca di quel che resta della città rurale. 

L'ingresso dell'abbazia di Chiaravalle / foto Shutterstock

Dal Duomo al Duomo alla ricerca del silenzio

L’itinerario parte dal Duomo e al Duomo torna, un po’ perché di Milano è simbolo e baricentro, un po’ perché la pianta urbana è radiale e a ogni cerchio serve un centro. Per arrivare in campagna, o quantomeno in mezzo a meno cemento, bastano otto chilometri, la distanza fino all’Abbazia di S. Lorenzo in Monluè, che sta lì dal 1267, quando venne costruita dall’Ordine degli Umiliati.

Un antipasto di fuori città. Per il piatto forte bisogna arrivare a Chiaravalle, nove chilometri più in là. Attraversando capannoni, rotonde, strade trafficate e la brulicante stazione di Rogoredo. Così quando si inizia a pensare che la città è ovunque e assorbe tutto, il paesaggio cambia: a partire dal Nocetum si arriva in campagna. Prima maleodorante, perché c’è il necessario depuratore, poi sempre più ampia, larga, con prati a foraggio, canali di irrigazione, alberi piantati di fresco.

Qui nel 1952, i Cistercensi sono tornati e, forse, alla loro presenza (e al cartello che invita “a rispettare il clima di raccoglimento”) si deve il sostanziale silenzio.

Abbazia di Mirasole spunta tra i campi / foto Shutterstock

Tra le abbazie di Viboldone e Mirasole, ai margini della città

Milano rimane come sfondo quando si riparte per l’Abbazia di Viboldone, camminando ai margini della città, lasciandosi alle spalle i palazzi che fanno da basso orizzonte. Risaie allagate, rogge, fontanili, navigli, strade di campagna e filari di alberi resistono all’avanzare del cemento e dei capannoni, ma più ci si avvicina a Viboldone più la campagna domina il paesaggio.

La stessa che domina fino alla Basilica di S. Maria in Calvenzano, a Melegnano, e per tutta la tappa successiva, che taglia la pianura coltivata fino all’Abbazia di Mirasole, a Opera. Abbazia costruita nel XIII secolo che sembra un forte chiuso nel suo rettangolo di mura, appena oltre la tangenziale che ormai sembra avere il ruolo delle antiche mura cittadine: all’interno l’urbe e i cittadini, all’esterno la campagna.

L'Abbazia di Morimondo / foto Shutterstock

L'abbazia di Morimondo e il ritorno lungo i navigli

Da qui il percorso alterna spazi abitati, come Rozzano, e lunghe camminate tra campi e grandi cascine, costeggiando il naviglio di Bereguardo fino all’Abbazia di Morimondo. Fondata dai Cistercensi nel 1182: architettonicamente è la più complessa, quasi gotica, socialmente è ancora il cuore del borgo che le è cresciuto intorno. Qui si è davvero lontani dalla città, si cammina tra piante di mais alte come un adulto, rogge e risaie popolate di aironi, garzette e perfino qualche cicogna. Vederle dicono porti bene. Di certo è una bella soddisfazione per chi da Morimondo riprende a camminare seguendo prima il Naviglio di Bereguardo e poi, da Abbiategrasso, il Naviglio Grande. Che si costeggia passando per Gaggiano, Trezzano e Corsico, riabituandosi via via al clima urbano, dove il silenzio è una chimera, che però apprezzi di più quando lo trovi. Come dentro la Chiesa di S. Pietro in Gessate, ultima tappa, ormai in centro città.

Il Naviglio Grande all'altezza di Gaggiano / foto Shutterstock

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