Dal 10 gennaio Assisi entra nel tempo simbolico delle celebrazioni per l’anniversario francescano a 800 anni dalla sua dipartita terrana. È il periodo in cui la città del Santo rinnova la propria vocazione universale alla pace, alla mitezza, al dialogo. Eppure, proprio mentre le campane ricordano Francesco e il suo messaggio disarmante, ad Assisi esiste un luogo che sembra contraddire tutto questo: un museo dedicato all’arte del boxare.

È un paradosso solo apparente, e Angelo Ferracuti — scrittore, reporter e autore poliedrico, da sempre attento alle geografie umane — lo racconta con lo sguardo di chi sa che le contraddizioni, più che negare un’identità, spesso la rivelano. Partito da Fermo per attraversare l’Italia e le sue periferie morali e fisiche, Ferracuti ha collaborato con Diario e il manifesto e pubblicato libri che sono ormai classici del reportage narrativo contemporaneo. Scherzando con i paradossi e giocando con i punti di vista, ecco uno dei contributi con cui Ferracuti ha firmato molti racconti nella Guida Verde Umbria, brano che che ci porta dentro uno dei luoghi più inattesi di Assisi.

Il Museo della boxe è un piccolo shock visivo e culturale. Nella città della mitezza, tra basiliche e silenzi, ci si imbatte in un’epica fatta di pugni, sudore e resistenza.

"Il Museo della boxe è un piccolo shock visivo e culturale. Nella città della mitezza, tra basiliche e silenzi, ci si imbatte in un’epica fatta di pugni, sudore e resistenza - scrive sulla guida Verde Umbria -. Le fotografie in bianco e nero raccontano cento anni di pugilato italiano: campioni eleganti e picchiatori feroci, lottatori indomiti e destini spesso segnati. C’è Enzo Fiermonte, l’Apollo del ring che sembra uscito da un romanzo americano; c’è Mario D’Agata, pugile sordomuto, capace di diventare campione del mondo nel 1956; ci sono i volti segnati di Sandro Mazzinghi e Nino Benvenuti, feriti ma fieri dopo battaglie memorabili.

Ferracuti indugia su immagini che non celebrano solo la vittoria, ma anche la fragilità. Come quella struggente di Tiberio Mitri allo specchio, lui e il suo doppio: una metafora crudele della boxe e forse della vita stessa, dove il vero avversario è spesso il tempo. O come il ring olimpico di Roma 1960, salito anche da un giovanissimo Cassius Clay, quando il futuro Muhammad Ali era ancora solo un ragazzo che saltellava leggero, ignaro della leggenda che sarebbe diventato.

E poi c’è il presente. Al piano terra, nella palestra con quattro ring, si allenano gli atleti della nazionale. Qui, finito il racconto glorioso del passato, si costruisce il futuro della boxe italiana. Assisi non è solo la città che custodisce la memoria del Santo, ma anche quella che ha dato i natali a Gianfranco Rosi, campione del mondo dei Superwelter, uno dei più longevi pugili italiani di sempre.

Nel tempo delle celebrazioni francescane, questo luogo “stonato” diventa invece sorprendentemente coerente. Perché la boxe, spogliata della retorica della violenza, è disciplina, sacrificio, caduta e riscatto. È una forma estrema di dialogo tra corpi, regolata da regole ferree. In fondo, anche questo parla dell’uomo. Ed è un legame non è solo simbolico. Spesso gli atleti della nazionale partecipano a momenti di riflessione presso la Basilica, e il valore del "sacrificio" unisce idealmente la palestra e il convento.

Così Assisi, mentre dal 10 gennaio celebra Francesco e la sua rivoluzione gentile, ricorda che la pace non nasce dall’assenza del conflitto, ma dalla sua trasformazione. Persino tirando di boxe, nella città del Santo.